Storia

Palestina…Origine…Realtà e Mistificazione

Palestina…Origine…Realtà e Mistificazione

Nel corso di tre millenni, dalle prime città murate alla vigilia dell’Ellenismo, la Palestina non ha mai perduto la sua caratteristica di mosaico, e neppure la sua sostanziale continuità col resto della fascia Siro-Palestinese complessivamente. Le grandi partizioni interni (Canaan che, forse, significa terra della porpora, Filistei ‘popoli del mare’ di provenienza egeo-balcanica, Amorrei giunti dall’alta Mesopotamia, Giudea e Samaria, Idumei e Nabatei) restano ancora l’unità di misura fondamentale, anche se ormai definitivamente trasformate da entità autonome nell’ambito degli imperi universali. Ma progressivamente più forti si sono andate facendo secolo dopo secolo le frontiere invisibili che tagliano internamente gli stessi sotto-insiemi cantonali. L’equilibrio tra le varie comunità così definite è instabile nel breve e medio periodo, conosce episodi laceranti d’origine sia interna sia esterna, si riplasma continuamente con nuove forme e con fattori aggiuntivi. Ma nel lungo periodo è proprio la pluralità spinta degli elementi costitutivi che assicura un equilibrio duraturo e coerente alla storia di una terra più tormentata di altre e più di altre ricca di valori simbolici.

Nei lunghi millenni del Neolitico ( nelle due fasi: neolitico aceramico A e B che rappresentano le prime tappe del sistema produttivo) e del Calcolitico ( a base agricola) il territorio palestinese ha sviluppato una serie varia e diversificata d’esperienze.

Si può definire “ musulmano” quel capitolo di storia palestinese che ha inizio nel VII secolo. Gli Arabi, provenienti dalla penisola araba, si erano già da tempo spinti verso settentrione, in successive ondate migratorie. Poco dopo la morte di Maometto( 570-632), il profeta dell’Islam, conquistano, in nome della loro nuova fede, la regione che va dal Mediterraneo all’Eufrate ( golfo arabo). La conquista islamica ha come conseguenza la larga diffusione della lingua e coltura araba e il passaggio all’Islam della maggior parte degli abitanti. Da allora, non c’è dubbio che la Palestina entri a far parte organica del mondo arabo-islamico fino dalle sue prime formazioni statali.

Più complesso dire quando e se tale capitolo di storia si concluda. La costituzione, nel 1948, su una parte del territorio palestinese dello stato d’Israele che, programmaticamente, rinnega tutto ciò che ha relazione con gli ultimi quattordici secoli di storia del paese, sembra spingere precocemente a considerarlo concluso!

Dal VIII al XIX secolo, fino cioè agli inizi della penetrazione coloniale europea, la storia della Palestina non si distingue in modo particolare da quella dell’intera regione del medio oriente, in cui in questo secolo (XIX) sono sorti, come stati distinti, Libano, Siria, Transgiordania (poi Giordania). Nella percezione europea la storia della Palestina è legata al periodo delle Crociate (XI-XIII secolo), per la riconquista dei luoghi santi. Ai primi sei secoli, che si chiudono con la fine del califfato Abbaside, a opera dell’invasione Mongola, faranno seguito i scoli della dominazione Mamelucca, già fortemente segnata da contrasti e rivalità locali.

A partire dal Cinquecento, e sino alla fine della prima guerra mondiale, la Palestina è provincia dell’Impero Ottomano, sconfitto e smembrato nella guerra medesima, segue il periodo del mandato britannico, che si conclude di fatto, nel 1948, con la creazione dello stato d’Israele.

Appunto, è in questo periodo che si fanno avanti le mire europee sulla regione: Ibrahim Basha, successore di Muhammad Ali, governatore ottomano, ma praticamente sovrano d’Egitto a partire dal 1805, conquista la Palestina ( presa di Acri nel 1832 ) nell’intento di assicurarsene l’indipendenza al di fuori della sovranità d’Istanbul. La dominazione egiziana è comunque di breve durata , perché la Palestina viene restituita nel 1840 al Sultano ottomano Abd al Magid, grazie all’intervento austriaco e inglese.

E ancora prima, cioè, il 1799, quando Napoleone Bonaparte tenta senza successo di proseguire in direzione della Palestina la sua campagna d’Oriente. Ma è a metà del XIX secolo che l’interesse europeo per la regione acquista, in maniera esplicita, la sua dimensione coloniale.

La ricerca orientalistica su basi scientifiche, il revival del mito delle Crociate e l’interesse romantico per l’Oriente costituiscono le premesse ideologiche dell’operazione coloniale.

IL mito delle Crociate, rivissuto attraverso la sensibilità romantica, offre ampio materiale all’operazione. Da Chateaubriand con il suo Itinerario da Parigi a Gerusalemme ( 1821 ) a Lamartine con le sue Corrispondenze o ancora le sue Note di un viaggiatore: ricordi, impressione, pensieri e paesaggi durante un viaggio in Oriente ( 1832-1833 ), per non citare altri nomi famosi, tutta la prima metà del XIX secolo è attraversata dalla curiosità per l’Oriente, e in modo particolare per la Terrasanta. All’inizio del secolo queste ricerche sono affidate all’iniziativa personale. Ben presto però questa viene sostituita da grandi organizzazioni, come il Palestine Exploration Fund, creato a Londra nel 1804, ma veramente attivo solo a partire dal 1865. Tali organizzazioni mettono a disposizione di ricercatori ed esploratori ragguardevoli finanziamenti.

In questo contesto vanno collocati i primi episodi di stanziamento ebraico, di ebrei non palestinesi, di molto anteriori alla nascita ufficiale del Sionismo. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di progetti agricoli, alcuni modesti e sporadici, ma interessanti. Gli stanziamenti ebraici sono documentati, insieme a Gerusalemme, nell’area di Safed, preferita dall’immigrazione ebraica proveniente dall’Europa orientale. Altre iniziative, invece, almeno per gli ideatori, sono già consistenti e soprattutto strutturate in maniera più funzionale e moderna, con previsione di banche, di formazione di personale specializzato, ecc. L’esempio più significativo è fornito da Moses Montefiore che prevedeva, tra il 1838 e il 1839, la fondazione di duecento villaggi ebraici in Galilea, con capitale iniziale a finanziare il progetto di un milione di sterline.

L’attenzione per la comunità ebraica locale, che va cambiando fisionomia a causa dell’afflusso di immigranti ebrei provenienti dall’impero zarista, e il cui potenziamento costituisce una delle richieste europee alla Sublime Porta, cioè, Medio Oriento. Sul piano politico essa rientra nel più ampio programma europeo di liquidare l’impero ottomano sulla base di un’ipotesi di assetto che tuteli gli interessi delle diverse potenze coinvolte. Invece, sebbene la prima immigrazione ebraica muova soprattutto dall’Europa orientale, le pressioni operate dalla Russia sul governo ottomano vanno in tutt’altra direzione. Esse riguardano soprattutto lo statuto dei Cristiani d’Oriente, e in particolare degli ortodossi, attraverso i quali la Russia può immaginare una sua presenza politica nella regione. Ciò significa che saranno Francia e Inghilterra a gestire, nella quasi totalità, la questione dell’immigrazione ebraica e , in definitiva, il destino della Palestina. IL quadro del rinnovato interesse europeo per la Palestina non sarebbe completo se non si affrontasse anche la questione dei Luoghi Santi. Questa vede coinvolte in prima persona Francia e Russia, in misura minore la Santa Sede e per riflesso l’Italia. La Gran Britannia, pur avendovi una parte attiva, rimane piuttosto sullo sfondo, tanto da potersi proporre come intermediaria e agire da paciere nel momento delicato della definizione dell’assetto della regione dopo la prima guerra mondiale. Storicamente la questione dei Luoghi Santi consiste nel contrasto tra le varie comunità cristiane circa la gestione della basilica della Natività a Betlemme e la chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Nel XIX secolo la questione ha caratteri tutti politici, tant’è vero che la Santa Sede non viene considerata tra le istanze preposte a cercare una soluzione, che rimane di esclusiva competenza delle grandi potenze, nella loro contrattazione con la corte ottomana. Ma il significato politico della questione non riguarda esclusivamente l’Europa da un lato, l’Impero Ottomano dall’altro. Ci sono implicazioni locali, ancora attuali, che emergono quando entra in gioco, con la spartizione coloniale della regione, il futuro stesso della Palestina. Dare al problema una soluzione piuttosto che un’altra significherà a un certo momento favorire o impedire il sentimento nazionale arabo-palestinese che vuole esprimersi al di fuori degli schemi confessionali ereditati dall’impero ottomano e strumentalizzati dalle forze coloniali.

La situazione prosegue in questa direzione fino a metà Settecento in cui emergono due date importanti: nel 1740 la Francia ottiene il privilegio della protezione sui luoghi santi e nel 1774, in occasione del trattato di Kuciùk Kayanarji, che produce un primo smembramento dell’impero ottomano. IL momento decisivo è rappresentato però dalla guerra di Crimea ( 1853-1856 ), sebbene fin dal 1802 la Sublime Porta avesse dovuto, per esempio con la Francia, non solo prorogare ma aumentare i privilegi previsti nei trattati precedenti e nelle Capitolazioni che tali trattati avevano sancito. La sconfitta russa in Crimea stabilisce la supremazia francese. La Francia chiede il mantenimento dei privilegi nella gestione dei Luoghi Santi. Tale formula viene espressamente menzionata in un articolo ( il 62 ) del trattato di Berlino ( 1878 ), che esclude completamente come controparte l’impero ottomano e porta la questione sul terreno esclusivo della diplomazia europea. A tale clausola si riferirà Allenby quando entrerà a Gerusalemme nel dicembre del 1917. La discussione in merito riprenderà nella conferenza di pace di San Remo prima, di Parigi poi, dove l’Italia, in nome della presenza del papato sul suo territorio, presenta, in relazione ai Luoghi Santi, sue autonome proposte e rivendicazioni, che vengono sostanzialmente rifiutate. Rimane che, nel progetto di mandato sottoposto nel febbraio del 1921 al Consiglio della Società delle Nazioni, si dichiareranno abolite le Capitolazioni e con esse la fine del protettorato francese sui Luoghi Santi.

La potenza mandataria, e cioè l’Inghilterra, non risponde all’interrogativo lasciato aperto e più volte sollevato dalla Santa Sede. La questione non verrà risolta neppure quando gran parte di essi verranno integrati, dopo 1948, nel regno di Giordania, sebbene libertà d’accesso, facilitazioni e sicurezza siano state garantite dai sovrani giordani.

Infine, dopo la guerra del 1967 e a causa del processo di ebraicizzazione della Palestina intrapreso da Israele, la questione dei luoghi santi acquista un significato più ampio e comprende tutte le località di culto musulmano e cristiano soprattutto in Cisgiordania e a Gerusalemme.

Nonostante le sue peculiarità la Palestina non fu oggetto di un organico piano coloniale fino alla nascita del sionismo politico. Abbiamo già accennato all’interesse della Francia e dell’Inghilterra. Per l’Inghilterra la Palestina rappresentava un punto strategico per la difesa della rotta per l’India, dominio coloniale fondamentale per lo sviluppo industriale inglese in piena crescita. Tale importanza aumentò ancora dopo l’apertura del canale di Suez(1869), tenendo conto che la Gran Britania aveva acquistato la maggioranza di azioni della società di gestione del canale. La Francia, a parte la questione dei Luoghi Santi, era preoccupata di contrastare la supremazia inglese in tutto il Vicino e Medio Oriento. La Palestina rientrava nelle varie ipotesi di smembramento dell’impero ottomano a cui le potenze europee erano estremamente interessate. In questa già complessa situazione intervengono però alcuni fattori che creano una situazione anomala, quali per esempio la prima spinta migratoria ebraica. L’ondata migratoria proveniva soprattutto dalle regioni orientali dell’Europa e in modo particolare dall’impero Zarista. A partire dal 1881, dopo l’assassinio di Alessandro II, il regime zarista fece uso sistematico di quello che stato definito “l’ antisemitismo politico”.

La massiccia emigrazione ebraica dall’impero Zarista non ebbe certo come unico obiettivo la Palestina, alcuni si diressero oltreoceano, negli Usa, altri a Costantinopoli, non diversamente da come era avvenuto secoli prima agli ebrei di Spagna, cacciati dai re cattolici dopo la “riconquista”. Come allora un certo numero di ebrei si stanziò in Palestina. Data l’esiguità del numero di ebrei palestinesi da sempre residenti sul territorio, i quali parlavano arabo, l’aumento della comunità ebraica non passò inosservato, specie agli occhi dei viaggiatori ed esploratori europei.

L’Europa di questo periodo è percorsa dai movimenti nazionalistici. Là dove ancora non esiste si intende creare, su modello francese, lo Stato-nazione. IL nazionalismo guida e ispira i moti patriottici e risorgimentali dal Piemonte, all’Ungheria, alla Polonia.

IL concetto stesso di nazione e di nazionalismo, estraneo nel mondo musulmano, non ha, in particolare, cittadinanza in seno alla parte orientale dell’impero ottomano, per definizione soprannazionale. Ma le comunità religiose interne verranno percepite dall’esterno come

potenziali gruppi nazionali, e tale percezione verra fatta propria dai diretti interessati, quando saranno coinvolti in misura più o meno determinante nel progetto coloniale. In Palestina non accade che una comunità si proclami rappresentante dello Stato-nazione; è dall’esterno che una minoranza ebraica, partecipe in quanto europea del nuovo clima nazionalistico, si autodefinisce popolo e nazione. Di conseguenza rivendica uno o Stato sul territorio palestinese, con il consenso delle potenze coloniali. Infatti, è a questo punto che entra in scena il sionismo che teorizza la nascita di uno Stato ebraico. Da un lato gli interessi coloniali britannici trovano nel sionismo lo strumento adatto per la loro realizzazione. Dall’altro, gli elementi mitici cui abbiamo spesso fatto riferimento e la riscoperta ottocentesca della Palestina spingono naturalmente in questa direzione. Così Herzl, il fondatore del sionismo, può tranquillamente affermare che “ la Palestina è la nostra indimenticabile patria storica”, quando presenta al sultano Abd al-Hamid la richiesta di costruire uno Stato ebraico “in rapporti costanti con l’Europa”, in cambio del risanamento delle finanze dell’impero ottomano naturalmente rifiutata dal sultano. Naturalmente gli Arabi, i cui processi d’indipendenza seguivano altre vie, come vedremo a proposito delle loro posizioni durante la prima guerra mondiale, furono quanto meno sprovveduti di fronte al progetto sionista che andava definendosi a loro danno. Eppure un’esplicita rivendicazione della Palestina per fondarvi il proprio Stato non è neanche per i sionisti cosa ovvia e automatica. Terra di nessuno, terra biblica, terra promessa, ecc., ma ciò non basta ad accreditare diritti che verranno avvallati solo in un più globale progetto coloniale. IL programma del primo congresso sionista mondiale ( Basilea, 26-31 agosto 1897 ) afferma che “ il sionismo si sforza di ottenere per il popolo ebraico un focolare garantito dal diritto pubblico in Palestina”. Per raggiungere tale obiettivo si deve incoraggiare l’immigrazione ebraica in Palestina, così come si deve rafforzare la coscienza ebraica individuale e nazionale e lavorare all’unificazione di tutte le comunità ebraiche. Quando questo focolare verrà annunciato, nella dichiarazione Balfour (1917), in piena ostilità bellica e con intenti precisi, nonostante la mancanza di qualsivoglia validità giuridica del documento, si è ben più avanti di quanto i sionisti stessi si ponevano come aspirazione a Basilea. è già chiara la decisione inglese di non concedere agli Arabi lo Stato indipendente che si era loro promesso in cambio del loro intervento contro l’impero ottomano. Su queste premesse la Gran Britannia ottiene al tavolo delle trattative di pace, alla fine della prima guerra mondiale, cui gli Arabi non sono ammessi se non per ratificare le decisioni da altri definite, l’affidamento del mandato sulla Palestina. Questa formula indica nei fatti un dominio coloniale, mentre formalmente sancisce solo la temporanea immaturità politica del paese e del popolo su cui il mandato si esplica. Tutti gli Arabi, e non solo i palestinesi, chiamano il 1920 anno in cui fu stabilita la spartizione del Medio Oriente tra Francia ( mandato sul Libano e la Siria ) e Gran Britannia ( mandato sulla Palestina e l’Iraq ) l’anno della catastrofe. Non solo le speranze d’indipendenza venivano deluse, ma la regione, fin dall’avvento dell’Islam unita, si trovò divisa secondo confini che non corrispondevano né alla realtà etnica, né a quella religiosa, né a quella geo-economica.

Sarebbe un errore sostenere che l’amministrazione britannica si sia comportata sempre con perfetta coerenza di fronte alla situazione palestinese. L’interesse per la Palestina, nel quadro generale della politica imperiale britannica, è chiaro e indiscusso. Ma all’interno di questo quadro la Gran Britannia poteva puntare o sul sionismo o sulla popolazione autoctona. Puntò sul sionismo, e questa iniziativa si è rivelata vincente, anche se fallimentare a lungo termine, visto che, dopo la seconda guerra mondiale, la Gran Britannia si è trovata costretta a cedere il suo posto a gli Stati Uniti ( ma questo non solo in Palestina ). La prima mossa precisa da parte della Gran Britannia, per favorire il  progetto sionista in Palestina, fu quella di permettere alla comunità ebraica che andava aumentando, e non ai palestinesi, di organizzarsi con una specie di parlamento e di esecutivo. Nonostante le ripetute affermazioni inglesi che gli interessi arabo-palestinesi non erano in gioco, e che non era prevista l’ebraizzazione della Palestina ( libro bianco o Memorandum Churchill, 3-6-1922),  le cose andranno altrimenti.

Non solo l’immigrazione continuò, ma lo stesso Weizman ( 1874-1952 ), leader del movimento sionista, osservava che il libro bianco, se applicato secondo lo spirito con il quale era stato dettato, “ avrebbe offerto un quadro per costituire una maggioranza ebraica in Palestina ).

Tuttavia il testo che accordava all’Inghilterra il mandato ratificato dalla società delle Nazioni Unite (24-7-1922 ), pur impegnandosi ( art. 2 ) a favorire e a potenziare il focolare nazionale ebraico, escludeva ogni interpretazione della dichiarazione Balfour che potesse far presumere la creazione di uno Stato ebraico in Palestina. Bisogna notare però che l’appoggio inglese al sionismo non fu solo politico. Le modificazioni economiche derivanti dalla presenza coloniale resero in qualche modo irreversibile il processo. Da un lato l’Organizzazione sionista, dall’altro l’Agenzia ebraica, fondata nel 1929 a seguito del congresso sionista di Zurigo e comprendenti anche gli ebrei non sionisti, facilitarono le misure economiche britanniche. Un fatto estremamente importante, come l’acquisto da parte sionista di terre arabe, venne solo in apparenza boicottato o controllato. In realtà tale fenomeno fu favorito, anche in vista di uno sfruttamento moderno e tecnologicamente avanzato delle potenzialità del paese, nei confronti del quale, peraltro, diversamente da quanto avvenne in india o in certe zone africane, la Gran Britannia non vantò mai un suo piano economico specifico.

Un secondo libro bianco, pubblicato dalle autorità inglesi nel 1939, imponeva più rigide restrizioni all’immigrazione ebraica e all’acquisto di terre arabe. Ma la persecuzione nazista in Europa cambiò i termine della questione, specie in seno all’opinione pubblica occidentale. Ciò significa che l’immigrazione continuò e si accrebbe. Nel 1939, comunque, gli ebrei in Palestina rappresentavano solo il 28 % della popolazione. Ma si era ormai incominciato a parlare di uno stato in Palestina, non più arabo, ma arabo-ebraico. Nello stesso tempo si era andata strutturando l’organizzazione sionista nel paese; si era formato l’embrione della struttura di uno Stato ebraico, ivi compreso un corpo militare, l’Haganà, formalmente clandestino e illegale, in realtà tollerato dalle autorità britanniche. l’Haganà costituì il nucleo dell’esercito israeliano all’indomani della proclamazione di Israele.

Senza dubbio il nazismo e la guerra fecero precipitare le cose: la politica britannica divenne sempre più contraddittoria, ora nel tentativo di riconquistare le simpatie arabe, pronunciandosi a favore dell’unità araba impedita all’indomani della prima guerra mondiale, ora accettando il contributo ebraico alla lotta contro il nazismo, come pegno per le future sorti ebraiche della Palestina. I primi anni quaranta sono segnati da un’esplosione di attività terroristica ebraica contro la Gran Britannia, colpevole, con il libro bianco del 1939, di aver posto limiti all’immigrazione. Gli atti terroristici riprendono poi, ancora più drasticamente, contro la popolazione araba, alla vigilia e all’indomani della proclamazione dello Stato di Israele, per portare a termine, un preciso obiettivo politico. Intanto, nel 1942, l’Organizzazione sionista americana tenuto una riunione in cui aveva adottato il programma di Ben Gurion ( 1886-1973 ), presidente dell’esecutivo dell’Agenzia ebraica. Esso prevedeva uno Stato ebraico su tutta la Palestina, programma che venne approvato e fatto proprio nello stesso anno a Gerusalemme dall’Organizzazione sionista mondiale. La pressione politica operatasi nel paese e fuori, specie negli USA, insieme all’azione terroristica, spinsero la Gran Britannia a rimettere il mandato sulla Palestina, investendo l’Organizzazione delle Nazione Unite della responsabilità del futuro del paese. IL 29-11-1947, l’ONU votò un piano di spartizione tra uno Stato arabo e uno ebraico proponendo uno statuto internazionale speciale per Gerusalemme. IL 14 5 1948 l’Alto commissario inglese lascia la Palestina e  Ben Gurion proclama la nascita dello Stato di Israele immediatamente. Le truppe arabe dei paesi confinanti organizzano un’avanzata militare in territorio palestinese, ottenendo alcuni parziali successi. Sennonché da un lato Israele sistematicamente inizia un’attività terroristica (del genere Deir Yasin) per terrorizzare la popolazione appropriandosi delle loro terre, dall’altro gli eserciti arabi accettano un armistizio, durante il quale Israele riesce ad occupare alcuni punti importanti e ad integrarli, così come i villaggi abbandonati dalla popolazione in preda al terrore conseguente dei massacri. I nuovi confini verranno accettati come un fatto compiuto. IL nuovo stato di cose facilita un’atra operazione contraria agli interessi dei palestinesi: la parte di territorio palestinese rimasta in mano araba viene annessa alla Transgiordania, che prende il nome di Regno di Giordania, e la fascia di Gaza viene affidata all’Egitto. L’esodo palestinese è incominciato e la parola Palestina esce dal vocabolario politico e storico della regione. Se si segue il corso ufficiale degli eventi, la Palestina appare in questo scorcio di secolo come la grande assente: il suo destino sembra compiersi senza l’intervento dei suoi abitanti o/e dei suoi dirigenti. è questa l’immagine che è stata a lungo, e in parte lo è ancora dominante in Europa, e solo poco prima della guerra dei sei giorni ( 1967 ) la resistenza palestinese appare sulla scena internazionale, grazie alla fondazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina ( OLP ) nel 1964.

Precedentemente al 1967 la resistenza più vera si è condotta nella quotidianità, quasi spontaneamente, all’inizio si tratta di resistenza soprattutto contadina. I contadini intuiscono il pericolo delle colonie ebraiche, le quali per il loro sistema organizzativo, per le tecniche usate, per i capitali investiti, si pongono obiettivamente come concorrenti; e sono concorrenti destinati a vincere. Per di più una presenza, come quella ebraica, che ha matrici culturali tanto diversi, che teorizza la non assimilazione con la popolazione locale, porta oltre che in campo economico, in quello sociale, rotture e contraddizioni, cui la comunità locale, non agguerrita e confusa, non riesce a far fronte. Vi erano stati disordini gravi nel 1901, nel tentativo di impedire l’acquisto da parte ebraica di terre presso Tiberiade e nel 1903 a Giaffa, in seguito all’apertura di una sezione della Anglo-Palestine Bank, notoriamente sionista. Nel 1891 viene inviata al governo ottomano una petizione firmata da cinquecento notabili di Gerusalemme, in segno d’opposizione all’acquisto di terre, alla concorrenza nel settore commerciale e all’introduzione clandestina di armi nel paese. Nel 1899, il sindaco di Gerusalemme, scrive una lettera al gran rabbino di Francia, chiedendogli, “ per un sacro dovere di coscienza”, “di lasciare in pace la Palestina”, dove incomincia a serpeggiare un sentimento di ostilità tra le varie comunità religiose da sempre esistenti nel paese. Tornando alla questione delle terre, in genere la terra venduta appartiene a proprietari assenteisti, non sempre palestinesi. Provocò una forte reazione, nel 1911, la vendita di un consistente lotto di terre da parte di un ricco banchiere libanese; con il risultato che 1.746 famiglie palestinesi vennero espulsi dai loro villaggi, e comunque, al momento della spartizione(1947),le terre in mano ebraica sono meno del 6 % del territorio palestinese. Incidenti gravi si verificano nel 1921 a Giaffa, dove più intenso e appariscente è l’intervento ebraico volto ad impiantare una struttura industriale nel paese a esclusivo beneficio della componente ebraica. Uno degli scontri più sanguinosi e densi di conseguenze avviene nell’estate del 1929 per una faccenda apparentemente religiosa, e cioè le modalità d’accesso ebraico al Muro del Pianto, che è inserito nell’area musulmana della Rocca di al-Aqsa. Da Gerusalemme i disordini si diffondono nel paese e prendono l’aspetto di una contrapposizione giudaica-musulmmana, e non, come era stato per lo più fino ad allora, arabo-sionista, tant’è vero che il congresso islamico mondiale che si tiene a Gerusalemme nel dicembre del 1931 fa propria la causa palestinese. Un quarto congresso si tiene sempre a Gerusalemme alla fine del mese di maggio dello stesso anno, e si decide l’invio di una delegazione in Inghilterra per ripetere le proprie richieste, i risultati sono nulli. Accanto a ciò altre organizzazione politiche si moltiplicano a partire dalla fine degli anni venti in Palestina, ma non riescono a diventare forse di massa e convogliare in modo organizzato e produttivo l’opposizione, saranno le famiglie cittadine, o se si può dire i loro clan, a fondare in Palestina, tra il 1932 e il 1935, sei partiti, di cui uno con ideali pan-arabi. L’altro fatto è ancora più determinante. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, quando più imminente si fa il rischio che la Palestina perda la sua identità araba, i paesi arabi impegnati anch’essi a conquistare la loro indipendenza si appropriano per così dire della questione. Un discorso a sé merita, comunque, un’organizzazione rivolta soprattutto ai contadini, che vede in un arabo siriano trasferitosi in Palestina nel 1921,(Izz al-din Qassam), il suo capo e il suo ispiratore, l’organizzazione di Qassam esce allo scoperto con alcune azioni nel 1932, nella regione tra Gianin e Haifa, alla fine del 1935 Qassam lancia un appello a tutte le istituzioni palestinesi, comprese quelle politiche summenzionate, chiamando alla rivolta tutto il paese. IL capo riconosciuto dell’esecutivo arabo, il muftì di Gerusalemme, risponde negativamente all’appello, dicendosi disponibile e favorevole solo a una soluzione politica negoziata. Qassam viene ucciso lo stesso anno in uno scontro armato con le truppe inglesi, incaricate di reprimere i focolai di resistenza. Comunque l’attività dell’organizzazione continua tra il 1936 e il 1939 con altre organizzazioni e personaggi carismatici (ad esempio Abd al-Kader Husainy e tanti altri), costituendo la trama di quella che viene definita la prima rivoluzione palestinese. Questo periodo di resistenza si conclude con la proclamazione di uno sciopero generale che ha il suo centro di propulsione a Giaffa. IL  successo è consistente, tanto che rivendicano il patronato dell’iniziativa tutte le istanze politiche, compreso l’Alto comitato arabo, ulteriore espressione dei sei partiti di cui si è detto. Se la cosa ha un grande valore sul piano simbolico, si tramuta però nei fatti in una sconfitta. La potenza mandataria e l’imprenditoria ebraica ne approfittano per ridurre notevolmente la presenza di manovalanza araba nelle fabbriche e per legittimare la costruzione di un porto alternativo a quello di Giaffa, a Tel Aviv, il quartiere ebraico costituitosi alla periferia di Giaffa stessa. Lo sciopero si conclude dopo 174 giorni, per intervento dei paesi arabi (Iraq, Arabia Saudita, Giordania e Yemen) che promettono di farsi mediatori nei confronti della Gran Britannia, al fine di trovare una soluzione che soddisfi le  richieste arabe. Sul piano politico nulla, o quasi, si ottiene, se non l’istituzionalizzazione dell’ingerenza araba, con i risultati cui si è accennato.

La marginalità della Palestina, nel suo aspetto economico e strategico, gioca una volta di più a suo sfavore. Bisognerà aspettare la seconda metà degli anni sessanta perché i Palestinesi diventino i protagonisti della loro storia, con la rifondazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) tra il 1964 e il 1968.

La sequela delle guerre volute da Israele in nome di un’ipotetica mancanza di sicurezza dei suoi confini, mai dichiarati intenzionalmente lasciando la possibilità di realizzare il suo sogno biblico (la Grande Israele; dall’Eufrate fino al Nilo) è nota: il 1956 (legata al tentativo franco- britannico di impedire all’Egitto nasseriano la nazionalizzazione del  canale di Suez) e soprattutto 1967, quando in pratica la Palestina torna paradossalmente unita sotto la bandiera di Israele che con una guerra-lampo, oltre a distruggere gran parte del potenziale bellico egiziano, occupa militarmente la riva occidentale del Giordano, la striscia di Gaza (i cosiddetti territori occupati o west-bank) , il Sinai e le alture del Golan.

Altrettanto conosciuti sono i momenti salienti dell’attività araba nel corso di un trentennio. La guerra del 1973, gestita soprattutto dall’Egitto, conclusa con gli accordi di Camp David, una pace, separata, tra Egitto di Sadat e Israele. Non meno importante la guerra del 1982, Israele invade il Libano sconfiggendo la resistenza palestino-libanese, imponendo l’evacuazione del paese dalla guerriglia palestinese. Infine, la guerra del Golfo 1991 che si conclude con la resa completa e incondizionata dell’Iraq e la completa sottomissione e militarizzazione del Medio Oriente.

In questo contesto, sconfitta totale a tutti i livelli, si inseriscono gli accordi d’Oslo che, da quando furono firmati nel 1993 tra lo Stato israeliano e l’Autorità palestinese, i palestinesi hanno perso più terra per le espropriazioni israeliani e sono sempre più poveri. Essi non possono circolare, a causa della politica repressiva praticata sia dal governo israeliano sia dall’autorità di ARAFAT, vivono senza alcuna libertà democratica. Inoltre, niente nel cosiddetto “processo di pace” nomina la sovranità palestinese o il diritto al ritorno di circa 55-60 % della popolazione che vive come rifugiata (sono circa 6 milioni i palestinesi della diaspora). L’esercito israeliano ha ancora il controllo, gli insediamenti ed i coloni armati crescono di numero esponenziale, che annessa Gerusalemme, ammonta al 30 % della West Bank, cosicché, l’Autonomia palestinese-confinata ai Bantustan delle sette città più grandi i cui accessi sono controllati da Israele e la cui area totale è circa il 4 % della West Bank. che il 30 % della W.B dovrebbe essere restituita all’Autorità palestinese sancita dagli accordi d’Oslo, messa ancora una volta in discussione dal premier israeliano e offrendo solo il 9 % dopo aver rifiutato una proposta americana che prevede un mini ritiro israeliano nei territori occupati pari ad appena il 13 % del totale, motivo per il quale è fallito il vertice, tra Nitanyahu e Arafat, tenutesi a Londra il 7-5-98.

Come si può notare, la questione palestinese grazie agli accordi d’Oslo, è stata svenduta all’asta. Dopo l’accordo, la confisca delle terre e la costruzione delle strade circolari crescevano enormemente.

Israele continuava ad opprimere, arrestare ed impedire la crescita economica e sociale. Israele ha diviso i territori occupati in cantoni e ha creato una nuova autorità subordinata al suo interno. Quest’autorità non ha alcun potere politico e non rappresenta in alcun modo il volere e l’ambizione del popolo palestinese.

Molti sostenitori del popolo palestinese hanno pensato che l’accordo d’Oslo ha dato ai palestinesi la pace e ha aperto loro la strada per ottenere i loro diritti nazionali.

Non di meno il governo israeliano ha portato avanti il suo progetto coloniale che mirava alla costruzione di nuovi insediamenti sulla terra palestinese ed alla emigrazione ulteriore di palestinesi. Gli accordi non hanno messo fine al sionismo, anzi, l’hanno legittimato considerandolo oggi come un grande movimento di liberazione che ha salvato gli ebrei dal nazismo e non come movimento razzista, reazionario, coloniale ed espansionistico che ha, per sino, strumentalizzato gli ebrei stessi per realizzare il suo progetto in Palestina e in tutto il Medio Oriente come veniva definito prima di firmare gli accordi d’Oslo.

Inoltre, questi accordi non hanno dato il minimo riconoscimento ai palestinesi, popolo senza diritti e una nazione senza uno Stato. Israele vedeva e vede ancora i palestinesi come un fardello da eliminare. La lotta palestinese per la libertà è vista da Israele come terrorismo, che lo ha usato come una scusa per giustificare il suo terrorismo di stato nella regione  violando tutte le leggi internazionali.

L’insediamento fu il centro della politica sionista per controllare la terra della Palestina sotto lo slogan sionista che la Palestina era “una terra senza popolo per un popolo senza terra”. Questo slogan comunque contraddice la storia, per la popolazione della Palestina che si avvicinava al milione in cui gli ebrei rappresentavano soltanto il 2 % ad allora.

IL mandato britannico aveva leggi che permettevano il trasferimento di terra dal popolo palestinese ai nuovi immigrati ebrei che venivano dall’Europa. Dall’altro lato il governo israeliano che occupò il resto della Palestina nel 1967 ha usato le stesse leggi e ne ha aggiunto delle altre che hanno permesso il trasferimento della terra palestinese per fondare insediamenti sotto le seguenti condizioni:

1-Terre del governo: proprietà di contadini non registrati.

2-Terra incolta appartenente ai contadini.

3-Terre confiscate perchè servono alla sicurezza di Israele.

4-Terre confiscate per costruire strade che collegano gli insediamenti.

5-Terre confiscate perché considerate strategiche per la costruzione di nuovi insediamenti.

Israele può confiscare qualsiasi pezzo di terra perché: una forza d’occupazione è l’autorità di governo di tutti gli affari, è protetta dalle leggi preparate precedentemente per giustificare la confisca, Israele gode di enormi aiuti finanziari che riceve dagli USA e dalle altre nazioni Europee che investono in quelle terre per costruire gli insediamenti.

Gli accordi d’Oslo non sono stati capaci di cambiare alcuna di queste politiche, anzi Israele ha confiscato più di un terzo delle terre di Hebron dopo gli accordi. L’esempio eclatante lo troviamo nella costruzione di insediamento a Har Homa o Jabal Abu Ghneim. Questo progetto è spiegato nel rapporto di B’Tselem, una politica di discriminazione: espropriazione delle terre, pianificazione e costruzione in Gerusalemme per realizzare la Grande Gerusalemme del duemila. Inoltre gli accordi prevedono la scarcerazione dei prigionieri palestinesi(oltre 4 mila) che sono ancora nelle carceri israeliane. Tra i prigionieri c’è una percentuale di detenuti amministrativi (sono circa 240: 181 di essi circa l’85% del totale ha visto rinnovare per più di una volta l’arresto amministrativo; Usama Barham è ora al suo settimo arresto amministrativo corrispondente a 42 mesi di reclusione; Ahmad Catamish è al suo sesto arresto amministrativo corrispondente a 36 mesi di reclusione) che le autorità israeliane non possono condannare per insufficienza di prove. Molti di loro sono arrestati dalle forze di sicurezza israeliane senza alcun motivo specifico. Israele, ancora, arresta i palestinesi come faceva prima e pratica tutti i tipi di tortura legalizzata (l’unico stato del mondo che legalizza la tortura).Ogni ufficiale militare o soldato può arrestare qualsiasi palestinese dicendo che egli o ella è un sospettato senza che ci sia una ragione.

Inoltre, gli accordi d’Oslo hanno liquidato una questione di una fondamentale importanza cioè, il diritto al ritorno in Palestina dei profughi palestinesi (che sono circa quattro milioni; il 55-60 % della popolazione) rinviandolo, insieme ad altri fondamentali argomenti (l’autodeterminazione, la sovranità e lo stato indipendente, la sicurezza, lo stato di Gerusalemme, i confini, gli insediamenti, la questione idrica, ecc.) ad ulteriori trattative sullo status finale, costringendo i profughi palestinesi ad aspettare i negoziati con la Siria e il Libano e a sperare che almeno questi concedano loro ciò che non è stato concesso da Oslo. Peraltro, è veramente ridicola la proposta israeliana di fare ritornare solo 500 profughi dei territori occupati nel 1967, numero questo del tutto insignificante perché se anche fosse riferito ad un anno, ci vorrebbero oltre 300 anni per fare ritornare questi profughi, senza tener conto della loro crescita naturale. Se questa è la proposta israeliana per i profughi del 1967, è facile immaginare il tenore delle altre proposte per i profughi del 1948, quali e quante condizioni e complicazioni Israele impone per negare, alla fine, il loro diritto al ritorno.

Infatti, da quando è stata respinta la proposta di Ben Gurion di rimpatriare 100.000 palestinesi, avanzata solo perché Israele ottenesse il riconoscimento dalle Nazioni Unite, lo stato ebraico non si riconosce responsabile né si assume la responsabilità del problema dei profughi Palestinesi perché ciò viene considerato solo un problema interno arabo dal momento che quello che è successo nel 1948 è stato un semplice scambio di abitanti. Questa presa di posizione d’Israele è rimasta ferma nel corso degli anni anche se bisogna riconoscere che Israele, comunque, è interessato a trovare una soluzione perché questo problema rappresenta un elemento ricorrente e determinante del conflitto arabo-israeliano che minaccia la sua stessa esistenza e, perciò, è considerato un elemento di pressione nell’attuale operazione di pace della regione. Ma, a qualunque soluzione si arrivi, questa sarà possibile solo se non adottata sulla pelle di Israele. Non a caso, infatti, l’espressione “diritto al ritorno” è stata cancellata dal dizionario dei negoziatori israeliani. Anche la richiesta di un risarcimento per il danneggiamento delle proprietà dei profughi palestinesi viene equiparata, da Israele, con l’analoga richiesta dei profughi ebrei avanzata nei confronti dei paesi arabi da cui fuggirono, il che significa un baratto delle richieste con risultato zero. Per facilitare questo duplice obiettivo (cioè non riconoscere il diritto al ritorno né il diritto all’indennizzo) nei negoziati di Oslo non è stata data la definizione di “profugo palestinese”, ma secondo l’UNO sono profughi palestinesi “tutti coloro che hanno abitato stabilmente in Palestina per un periodo non inferiore a 2 anni prima del conflitto del 1948, nel corso del quale hanno perso le proprie case fonti di sopravvivenza e si sono, poi, trasferiti in un paese dove sono presenti gli organismi dell’ONU incaricati di dare loro assistenza”. Nonostante questa definizione nel comitato multilaterale per i profughi gli USA hanno fatto pressione affinché si adottasse una definizione più ampia del termine “profugo” per accontentare Israele.

Infatti secondo la nuova definizione è profugo “chiunque sia stato sradicato dal paese in cui abitava in seguito al conflitto. Pertanto nella nuova definizione è scomparso qualsiasi riferimento geografico e questo al chiaro scopo di equiparare, o meglio confondere, i profughi ebrei con i profughi palestinesi. Israele ha fatto e fa di tutto per annegare il negoziato sui profughi in un mare di mille problemi formali, di mille appigli di dettaglio, allo scopo evidente di impedire che si possa raggiungere un minimo sostanziale per la soluzione del problema. Infatti con questa manovra tattica fatta di linciaggi, interruzioni, rinvii, Israele, in realtà, cerca di fare annullare la risoluzione 194 dell’UNO che al paragrafo 11 riconosce ai profughi palestinesi il diritto di ritornare alle proprie case o il diritto all’indennizzo per le perdite o danni subiti a quanti decidessero di non farvi ritorno. Questa è la risoluzione sulla quale i profughi palestinesi basano le loro richieste ed è stata approvata nel lontano  11 dicembre 1948, questo riconoscimento da allora è stato richiamato dall’Assemblea Generale in ogni sessione ordinaria svoltasi dal 1948 ad oggi, e più specificamente, è stato riaffermato nel preambolo di altre 28 risoluzioni. Ma come Israele è riuscita a far annullare la risoluzione 3377 del 10 novembre 1975, che stabilisce che il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale, così allo stesso modo si teme, ora, che possa ottenere l’annullamento anche della risoluzione 194 dal momento che in posizione più forte, in quanto appoggiata dagli USA, e ,perché, in cambio di ciò,  offre delle “concessioni” agli altri negoziatori, e ,così, la controparte palestinese dovrebbe rinunciare al diritto al ritorno e far ricadere ogni responsabilità, per una radicale soluzione, sui paesi arabi.

Stando così le cose, è molto probabile che Israele, per concludere in bellezza la commedia dell’operazione di pace, conceda all’autorità palestinese la possibilità di costituirsi sotto forma di “stato” ovviamente fino ad un certo limite territoriale, cioè solo nella striscia di Gaza e nella Cisgiordania, o meglio, solo in piccoli cantoni di esse, dal momento che si escluderanno, ovviamente, gli insediamenti e loro terre, le zone di sicurezza e Gerusalemme, cioè circa il 60 % dei territori occupati. Naturalmente un simile “stato palestinese” sarà molto lontano dallo “stato indipendente, libero e sovrano” sognato e rivendicato da milioni di palestinesi e riconosciuto come diritto inalienabile ed inviolabile per tutti i popoli dal diritto internazionale. In questo modo Israele si libererà completamente del problema dei profughi e ,così, dovrebbero essere i paesi arabi ad affrontare il problema concedendo loro il diritto ad un soggiorno continuo nei paesi che attualmente li ospitano o, al limite, concedendo loro la cittadinanza, come lo stesso Israele propone e ,così, secondo la versione israeliana, si metterebbe la parola fine alla loro sofferenza. Tutto questo tristemente coincide con la volontà delle Nazioni Unite di chiudere, entro il 2000, la Relief and Works Agency (UNRWA) cioè l’agenzia delle NU che da circa 60 anni assiste i profughi palestinesi. Ma l’UNRWA per i palestinesi rappresenta non solo un organismo d’assistenza e per molti di loro è stata ed è la sola speranza di sopravvivenza, ma anche e soprattutto la base del diritto internazionale che riconosce loro lo status giuridico di profughi e proprio perché tali il loro diritto al ritorno. Perciò chiudere l’UNRWA significa aprire le porte alla richiesta israeliana di annullare la risoluzione 194. Infatti questa agenzia non avrà più ragione di esistere solo quando sarà trovata una soluzione al problema dei profughi e se questa soluzione sarà quella che i deboli ed incapaci negoziatori palestinesi si preparano ad accettare significa che sei milioni di palestinesi, che vivono attualmente in esilio, si troveranno fuori da un mutilato “stato” e continueranno a vivere il loro dramma senza più neanche la magra, misera consolazione di essere profughi.

Come possiamo ben notare, questa è la mentalità, furba, arrogante, ipocrita e aggressiva che lo Stato ebraico ha condotto e continua a condurre il processo di “pace” in Medio Oriente.

Di fronte a tutto ciò, non resta al popolo palestinese che continuare la sua lotta di liberazione e autodeterminazione. Ieri la fine dell’Intifada (che ha  rappresentato un simbolo della lotta popolare antimperialista) e il mutato scenario internazionale hanno contribuito ad isolare la lotta popolare, che rappresenta la saldatura politica più convincente tra la lotta per la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese e il circuito mondiale delle lotte anticapitalisti. Oggi la ripresa della lotta di massa e lo smascheramento popolare degli accordi d’Oslo del 1993 sembrano riproporre un possibile ritorno della carta rivendicativa e del fronte storico dell’OLP (democraticamente rinnovato e ampliato).

Perciò, se non cresce e si sviluppa un nuovo ciclo di lotte antimperialiste che faccia da punto di riferimento, è estremamente difficile che le lotte di liberazione nazionale possano trovare la loro matrice di classe, soffocate come sono dai meccanismi globalizzanti del mercato.

Riteniamo, perciò, compito di tutti i liberi e democratici del mondo lavorare alla ricostruzione di un tessuto di solidarietà cosciente e internazionalista affinché il popolo palestinese possa riavere i suoi diritti storici nazionali e vivere in pace come tutti gli altri popoli, pace intesa nel senso vero della parola, cioè pace reale e soprattutto giusta perché senza giustizia non può assolutamente esistere la pace.

Riferimenti storici sono tratti dal libro

La Palestina , Libri di base, editori Riuniti, di A. Giardina, M. Liverani B. Scarcia

 

Cronologia:

637

Gli arabi conquistano Gerusalemme.

XII – XIV sec.

La Palestina è sconvolta dalle Crociate per la conquista del Santo Sepolcro.

XV sec

Ondata di invasioni dei mongoli e dei turchi.

1516

Conquista da parte dei turchi ottomani.

1840

Prima proposta di colonizzazione ebraica. Lord Palmerston, primo ministro inglese suggerisce l’insediamento di ebrei in Palestina per “tener aperta la Porta d’Oriente alle truppe ed ai commerci inglesi”.

1882

Comincia la prima ondata migratoria di ebrei in Palestina (circa 25.000 dalla Russia), favorita dagli inglesi, provocando i primi disordini con la popolazione araba.

1891

Petizione di notabili e protesta palestinese contro la vendita di terre agli ebrei e l’abuso dei coloni ebraici.

1896

Theodor Herzl, giornalista ungherese, in seguito all’ “affare Dreyfuss”” (ufficiale ebreo francese condannato per alto tradimento senza alcuna prova), pubblica Lo Stato ebraico, che segna l’atto di nascita del sionismo politico, del progetto e dell’organizzazione di un movimento per il ritorno degli ebrei in Palestina.

1897

Primo congresso sionista a Basilea (Svizzera), nel quale vengono prese numerose decisioni, prima di tutte quella di fondare “una sede nazionale ebraica” in Palestina.

1900 ca.

In Palestina vivono 50.000 ebrei e 600.000 arabi.

1901/3

Disordini a Tiberiade e a Jafa (Jaffa).

1905/6

In seguito al fallimento della rivoluzione russa del 1905, alcuni ebrei russi sbarcarono in Palestina.

1908

Viene fondato il giornale arabo “Al Karmal'” a carattere nazionalistico.

1914

Con lo scoppio del primo conflitto mondiale, l’Inghilterra promette l’indipendenza a tutti gli stati arabi che combatteranno l’impero ottomano.

1915

L’alto commissario britannico al Cairo, Mac Mahon, promette allo sceriffo della Mecca, Hussein, uno stato arabo indipendente che comprenda la Palestina, in cambio della partecipazione araba allo sforzo bellico.

1916

Con gli accordi di Sykes-Picot, la Francia e la Gran Bretagna si spartiscono il Medio Oriente in zone di influenza, senza tenere in alcun conto le promesse britanniche allo sceriffo Hussein, in base al quale la Siria e il Libano diventano francesi, la Giordania e l’Irak inglesi; la Palestina dovrebbe avere uno status internazionale.

1917

2 novembre – Lord Balfour a nome di Sua Maestà Britannica invia a Lord Rothschild, per la federazione sionista, una lettera in cui si dichiara che la Gran Bretagna “vede con favore lo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico…”. Al momento della dichiarazione, la popolazione totale della Palestina è di 700.000 unità: 574.000 musulmani, 74.000 cristiani e 56.000 ebrei.

1917/18

Le truppe inglesi conquistano la Palestina.

1918/20

Esodo delle comunità ebraiche russe a seguito di violenze e devastazioni dovute all guerra civile che segue la rivoluzione russa. Come già in occasione dei pogrom del 1881 e del 1904 solo una piccola parte emigra in Palestina.

1919

Primo congresso palestinese a Gerusalemme.

1920

Conferenza di Sanremo: la Palestina diventa protettorato britannico. Manifestazioni e rivolte arabe contro il mandato britannico. Gli inglesi riconoscono come lingua ufficiale accanto ad inglese ed arabo l’ebraico, modernizzato da Eliezer Ben Yehudi. In Palestina gli arabi sono circa 800.000 e gli ebrei 80.000. Fondazione dell’organizzazione sionista militare Haganah (nucleo originario del futuro esercito israeliano).

1921

In seguito ai disordini arabi del maggio 1921, viene nominata la Commissione d’Inchiesta Haycraft nel tentativo di alleggerire l’atmosfera in Palestina. Nonostante, ritenga gli arabi responsabili dello scoppio della violenza, la commissione sostiene che la radice del problema è l’ansia araba causata dagli impegni pro-sionisti presi dalla diplomazia britannica. La commissione Haycraft fa parte di un processo che porta alla pubblicazione della Carta Bianca di Churchill.

1922

La Lega delle Nazioni ratifica il mandato alla Gran Bretagna per l’amministrazione della Palestina. Il mandato è un sistema creato dalla Lega delle Nazioni secondo il quale “i popoli non ancora in grado di auto governarsi” sarebbero amministrati da “nazioni più evolute”. Col tempo queste nazioni, principalmente le Potenze Alleate, avrebbero trasferito l’autorità alla popolazione del luogo. Il trattato non parla della tutela della popolazione residente e la parola “arabo” non viene menzionata. Inizia l’immigrazione degli ebrei sionisti che vengono accolti con simpatia dalla popolazione residente. Londra promette agli ebrei una “casa nazionale” e agli arabi l’indipendenza.

1925

‘Izz al-din Qassam, siriano stabilitosi in Palestina qualche anno prima, forma un’organizzazione di rivolta anti-sionista e anti-colonialista con cellule segrete.

1927

Gli ebrei che vivono in Palestina sono ora 150.000.

1928

Insurrezione di grande portata scatenata dai contadini palestinesi: gli inglesi rispondono con una terribile repressione che fa migliaia e migliaia di vittime. Insurrezioni si susseguiranno senza interruzione fino alla grande rivolta del 1936.

1929

Viene costituita l’Agenzia Ebraica al fine di favorire l’immigrazione e la formazione di colonie ebraiche in Palestina. Dal 1880 al 1929 gli ebrei immigrati in Palestina sono 120.000 su circa 4 milioni di ebrei fuggiti dall’Europa centro-orientale.

 

1935/36

Qassam inizia la lotta armata e viene ucciso dalle truppe inglesi a Jenin. Gli ebrei in Palestina sono ora 355.000. Rivolta palestinese contro l’occupazione britannica e la crescente immigrazione ebraica. Lo sciopero generale, durato sei mesi, si trasforma nell’estate del ’36 in aperta ribellione armata. Al termine della rivolta, nel’39, le vittime palestinesi saranno 15.000.

1937

La commissione britannica presieduta da lord Peel propone la spartizione tra ebrei e arabi della Palestina, con:
– la creazione a nord-ovest di uno stato ebraico,
– una zona comprendente Gerusalemme e Jaffa sotto dominio britannico e
– il resto del paese riunito alla Transgiordania.
Il piano viene rifiutato dai Sionisti e dagli arabi. In seguito a una nuova sollevazione della popolazione araba, viene deportata la maggior parte dei suoi leader politici. Al momento gli ebrei sono il 28% della popolazione totale. Iniziano le azioni terroristiche dell’Irgun Zvai Leumi, corpo paramilitare della destra sionista, fondato dal filo-fascista Jabotinskij, contro palestinesi e britannici.

1939

Gli inglesi promettono la costituzione di uno stato arabo-ebraico; rifiuto risoluto da parte araba.

1939/45

In Europa inizia lo sterminio sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti. L’Agenzia Ebraica organizza l’immigrazione clandestina in Palestina respingendo le limitazioni imposte dal “Libro Bianco” britannico del ’39.

1944

Il gruppo terroristico ebraico “Stern”, nato da una scissione dell’Irgun, uccide Lord Moyne, ministro britannico per il Medio Oriente.

1945

Gli ebrei residenti in Palestina raggiungono il numero di 608.000 (un numero undici volte superiore a quello del 1917), contro 1.200.000 arabi.

1946

L’Irgun fa saltare con la dinamite la segreteria generale dell’Alto commissariato britannico a Gerusalemme (Hotel King David), causando oltre novanta vittime.

1947

29 settembre – La Gran Bretagna rimette il proprio mandato sulla Palestina alle Nazioni Unite.
29 novembre – Le Nazioni Uniti approvano la risoluzione 181 (votano a favore URSS, USA e Francia, ma gli Stati arabi votano contro; la Gran Bretagna, la Cina ed altri si astengono), che prevede la divisione della Palestina in tre parti:
– uno stato ebraico sul 56% del territorio
– uno stato palestinese
– una zona internazionale che comprenda Gerusalemme e Betlemme.
Il confine tracciato viene definito “Linea Verde”.

1948

La proclamazione dello stato d’Israele è prevista per il mese di maggio, ma i gruppi armati israeliani muovono una violenta offensiva contro la popolazione palestinese con l’obbiettivo di realizzarne l’espulsione dalle loro terre.
Nasce l’esercito di liberazione della Palestina, composto da cinquemila volontari tra cui anche iracheni ed egiziani.
9 aprile – A Deir Yassin, sulla strada di Gerusalemme, un commando dell’Irgun, diretto da Begin, uccide duecentocinquantaquattro persone, in buona parte bambini e vecchi.
11 maggio – I residenti palestinesi di Lydda sono deportati a Ramallah. È la marcia della morte, con numerose vittime. Le deportazioni di massa e l’esodo proseguono a catena.
14 maggio – David Ben Gurion proclama, a Tel Aviv, la nascita dello stato d’Israele, riconosciuto immediatamente da Stati Uniti, URSS ed altri paesi. Gli israeliani controllano, non più il 56%, bensì, il 77% del territorio. Gerusalemme viene divisa tra Israele e Giordania: la Città Vecchia con la parte est passa sotto il controllo della Giordania, la parte occidentale e quella meridionale sono sotto Israele. 150.000 palestinesi continuano a vivere in Israele, praticamente senza diritti e sottoposti a regime militare. Nasce anche l’esercito di Israele “Tsahal”, chiamato Forza di Difesa d’Israele (IDF), che incorpora tutte le organizzazioni sioniste paramilitari. La Lega araba (Siria, Iraq, Egitto e Giordania) invade il nuovo stato il giorno stesso della sua nascita, ma sarà sconfitta.
15 luglio – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ordina ad arabi e israeliani, il cessate il fuoco.
17 settembre – Viene ucciso, a Gerusalemme, il conte Folke Bernadotte, inviato delle Nazioni Unite per la trattativa di mediazione nel conflitto arabo-israeliano. Ventitre anni dopo, Baruch Nadel, che nel ’48 era capo del controspionaggio del gruppo “Stern”, ammette di aver organizzato quel attentato, allo scopo di far fallire il tentativo di mediazione dell’ONU.
11 dicembre – Le Nazioni Unite votano la risoluzione 194 che chiede il ritorno a casa, o un indennizzo, per i quasi 800.000 palestinesi espulsi dalle loro terre.

1949

11 Maggio – Israele, grazie alla risoluzione 273, diventa membro delle Nazioni Unite.
8 dicembre – L’ONU costituisce l’Ufficio di Soccorso e di Lavoro delle Nazioni Unite per i profughi di Palestina (UNRWA) e decreta l’internazionalizzazione di Gerusalemme.
Nel corso dell’anno, vengono rasi al suolo 387, su 475, cittadine e villaggi palestinesi nel territorio israeliano. Un milione di palestinesi, costretti ad abbandonare le loro terre, si riversano a Gaza, in Cisgiordania e Libano, nei campi profughi.
Gli ebrei, in Palestina, sono già un milione.

1950

24 Aprile – Annessione della Cisgiordania da parte della Giordania, mentre l’Egitto prende il controllo della Striscia di Gaza.
Israele promulga la “Legge del Ritorno” che consente ad ogni ebreo, con una semplice domanda di acquisire la nazionalità israeliana e di trasferirsi in Israele.

1953

Gli ebrei sono 1.500.000.
Continua tensione al confine fra Israele e Giordania.
14 Ottobre – Il comandante Ariel Sharon guida un’azione militare contro il villaggio palestinese in Cisgiordania di Kibya che porterà all’uccisione di 53 abitanti.

1954

L’Egitto concede ai palestinesi un’ampia autonomia nel governo della Striscia di Gaza.

1956

26 luglio – Il neopresidente egiziano, Nasser, nazionalizza la Compagnia del canale di Suez (che fin dalla sua apertura, nel 1896, apparteneva a una compagnia anglo-francese) e proibisce il transito delle navi israeliane.
23 ottobre – Gran Bretagna, Francia ed Israele firmano gli accordi segreti di
Sèvres contro l’Egitto.
29 ottobre/6 novembre – Truppe israeliane entrano via terra in Egitto, mentre paracadutisti franco-britannici tentano di occupare la zona del canale: è la cosiddetta “guerra di Suez”.
Durante la guerra di Suez reparti dell’esercito israeliano compiono numerosi massacri: a Qalqilyia (10/11 ottobre), a Kafr Qasem (19 ottobre e il 29 ottobre), a Khan Yunes e a Gaza viene ritrovata una fossa comune con 39 corpi, ma il sindaco denuncia la scomparsa di 700 persone.
24 dicembre – Le forze franco-britanniche lasciano l’Egitto (a causa della forte reazione egiziana, delle minacce sovietiche e della condanna dell’ONU e degli USA), Israele lo farà solo nel marzo del ’57.

1959

Al-Fatah, che aveva cominciato ad organizzarsi clandestinamente a Gaza nel 1956, pubblica il primo numero del suo bollettino ufficiale “La nostra Palestina”.

 

1964

28 maggio – Nasce a Gerusalemme l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), che viene accolta nella Lega Araba.

1965

1 ° gennaio – Il gruppo militare di Al-Fatah lancia la prima delle sue azioni contro Israele.

1966

13 novembre – Il più grave incidente dalla guerra del 1956. Israele attacca il villaggio palestinese di Al-Samua in Cisgiordania, a sud di Hebron. I morti sono 18, i feriti 50 e 125 case rase al suolo.
25 novembre – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta una risoluzione che condanna Israele per l’attacco di Al-Samua.

1967

Grave tensione in tutto il Medio Oriente, Egitto e Siria denunciano pubblicamente i preparativi militari di Israele. Il leader egiziano Nasser dichiara di voler chiudere il Canale di Suez alle navi che riforniscono Israele.
maggio – Il Cairo chiede il ritiro delle truppe ONU, occupa le zone smilitarizzate nel’57 e blocca il golfo di Aqaba. A fine maggio Iraq e Giordania entrano a far parte del patto militare siriano-egiziano. Con il pretesto di difendersi dall’accerchiamento arabo. Israele lancia un fulmineo attacco, reagisce con una guerra lampo, passata alla storia come “guerra dei sei giorni”.
5 giugno – Alle ore sette l’aviazione israeliana entra in azione distruggendo a terra il 90% dell’aviazione di tutti i paesi arabi.
10 giugno – Israele ha già completato l’occupazione del Sinai egiziano, della Striscia di Gaza, delle alture del Golan siriane, della Cisgiodania e di Gerusalemme araba.
28 giugno – Israele decide il passaggio di Gerusalemme Est sotto la legislazione, la giurisdizione e l’amministrazione israeliana.
8 agosto – Viene indetto uno sciopero generale di massa della popolazione araba di Gerusalemme contro l’annessione.
22 novembre – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota la risoluzione 242, che chiede il ritiro di Israele dai Territori Occupati, il rispetto di confini sicuri e la soluzione del dramma dei profughi.
11 dicembre – Nasce ad Amman il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina.
Un mese dopo la guerra i profughi palestinesi sono già 100 mila, ma diventeranno in breve 300 mila, perché Israele inizia subito la politica di insediamento dei coloni.

1968

Attriti con Egitto e Giordania sono causa di incidenti sui confini.
21 marzo – brillante vittoria dei combattenti palestinesi; gli israeliani tentano di impadronirsi della città giordana di Karameh (sulla sponda est del fiume Giordano). Vengono respinti subendo pesanti perdite.

1969

Continuano gli incidenti di frontiera. Azioni militari sporadiche degli egiziani lungo il canale di Suez.
4 febbraio – Yasser Arafat è eletto presidente dell’OLP.
22 febbraio – Nasce il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina.
3 marzo – La Commissione ONU per i diritti umani condanna Israele per “le continue violazioni dei diritti umani” nei territori occupati.
3 luglio – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dichiara nulle le misure prese da Israele per modificare lo stato di Gerusalemme.
20 ottobre/1° novembre – Truppe libanesi si scontrano con contingenti militari dell’OLP. In seguito, con la mediazione egiziana, la resistenza palestinese viene ufficialmente autorizzata a restare in Libano.

febbraio – iniziano gravi scontri tra l’OLP ed esercito giordano, che continueranno per tutto l’anno.

15/25 settembre – È l’anno del “settembre nero”. Re Hussein di Giordania, impaurito dalla presenza e dall’organizzazione della resistenza palestinese nel suo territorio, sferra contro questa un pesante attacco militare, che provoca più di 4.500 morti e di 10.000 feriti. Si giunge ad una tregua grazie alla mediazione di Nasser, ciononostante, la resistenza palestinese è costretta a lasciare la Giordania ed a spostarsi in Libano.

1971

Nascono le “Pantere Nere” israeliane, un’organizzazione che si batte per il riconoscimento dell’uguaglianza di diritti tra ebrei provenienti dai paesi arabi (cosiddetti “sefarditi”), ebrei provenienti dall’occidente (“askhenaziti”) ed ebrei provenienti dall’Europa orientale.

1972

Vengono compiute numerose azioni da parte di diversi gruppi della resistenza palestinese.
maggio – Tre giapponesi arruolati nella resistenza palestinese, compiono un attentato all’aeroporto di Tel Aviv, 28 i morti e 90 i feriti.
8 luglio – Per rappresaglia, il Mossad (servizio segreto israeliano), uccide a Beirut Ghassan Kanafani (intellettuale di spicco, scrittore ed artista palestinese, uno dei fondatori del FPLP) e la sua nipotina di undici anni.
5/6 settembre – L’organizzazione palestinese Settembre Nero attacca la delegazione israeliana ai Giochi Olimpici di Monaco, rimangono uccisi diversi atleti.
16 ottobre – Il Mossad uccide Wael Zuaitar, rappresentante dell’OLP a Roma.
8 dicembre – Cade Mahmud Hamshari, rappresentante dell’OLP a Parigi, e morirà il 9 gennaio.

1973

30 aprile/12 maggio – Scontri tra esercito libanese e “fedayyn” (guerriglieri palestinesi per lo più residenti in Libano).
6 ottobre – Quarta guerra arabo-israeliana passata alla storia come “Guerra del Kippur”. Egitto e Siria lanciano un attacco coordinato a sorpresa per riconquistare i territori perduti nella guerra del 1967. Dopo alcune sconfitte iniziali gli Israeliani riprendono il controllo della situazione e contrattaccano.
16 ottobre – Le truppe israeliane attraversano il canale di Suez.
22 ottobre – L’ONU adotta la risoluzione 338 che impone un cessate il fuoco, accettato dalle parti. In realtà Israele continua la controffensiva e solo dopo minacce dell’URSS si ferma l’11 novembre.
26/28 novembre – Al vertice dei paesi arabi di Algeri l’OLP è riconosciuto come legittimo rappresentante del popolo palestinese.
21 dicembre – Apertura della Conferenza di pace di Ginevra.
Le azioni della guerriglia palestinese proseguono.

1974

14 ottobre – L’OLP viene invitato dall’ONU, come rappresentante del popolo palestinese, a partecipare al dibattito sulla questione palestinese.
25 ottobre – L’OLP viene ammessa in qualità di “osservatore” alla Conferenza Generale dell’UNESCO
7 novembre – La Commissione Culturale dell’UNESCO, con una risoluzione, decide di sospendere gli aiuti che fornisce ad Israele, per la sua persistenza a modificare il carattere storico della città di Gerusalemme.
13 novembre – Arafat, presidente dell’OLP, parla all’ONU pronunciandosi a favore di un unico stato democratico che riunisca ebrei, cristiani e musulmani.
Il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese viene riconosciuto per la prima volta dalle Nazioni Unite, con la risoluzione dell’Assemblea Generale n. 3236.

1975

13 aprile – Le milizie falangiste cristiano-maronite uccidono oltre cento tra operai e combattenti palestinesi. Inizia la guerra civile libanese perché le milizie delle forze progressiste si schierano con l’OLP.
10 novembre – L’ONU stabilisce il sionismo è una forma di razzismo.
2 dicembre – Israele bombarda il sud del Libano per “rappresaglia preventiva”.

1976

marzo – Le autorità israeliane confiscano vasti terreni appartenenti a palestinesi residenti nei Territori occupati nel 1948. Grande mobilitazione popolare di protesta brutalmente repressa dall’esercito israeliano. A Sakhneen, un villaggio della Galilea, viene compiuto l’ennesimo massacro contro la popolazione palestinese. Da allora questo tragico evento viene commemorato ogni anno il 30 marzo come “Giornata della Terra”.
12 agosto – Tal Al Zatar, quartiere e campo palestinese di Beirut, cade dopo sette settimane d’assedio: vengono massacrati tra i duemila e i tremila palestinesi. Gli attaccanti sono i falangisti e i siriani. Poco dopo, Sharon rivela che, a coordinare gli attaccanti, c’erano ufficiali israeliani.

1977

Un gruppo di ufficiali israeliani chiede la pace e la fine degli insediamenti ebraici in Palestina.
6 novembre – Israele deporta il vescovo greco-cattolico di Gerusalemme, Hylarion Capucci, arrestato qualche anno prima per i suoi rapporti con la resistenza palestinese.
19 novembre – Per la prima volta nella storia un presidente di un paese arabo si reca in visita ufficiale in Israele: è il presidente egiziano Sadat, che incontra in Israele il primo ministro Begin.

1978

14 marzo – Israele invade il sud del Libano.
6 novembre – Si apre il vertice di Camp-David, negli Stati Uniti, fra le delegazioni statunitensi, israeliane ed egiziane.
17 settembre – A Camp-David viene firmato un accordo di pace, che comprende due documenti: il primo, intitolato “Accordo quadro per la conclusione della pace fra Egitto ed Israele” prevede il ritiro di Israele dalla penisola del Sinai (portato poi a termine solo cinque anni dopo) e la normalizzazione delle relazioni fra i due paesi e un secondo documento “Accordo quadro per la pace in Medio Oriente” molto generico che prevede la concessione di una non meglio definita autonomia a Gaza e in Cisgiordania per un periodo transitorio di cinque anni. II mondo arabo respinge l’accordo.

1980

Continuano gli attentati del Mossad contro esponenti palestinesi.
13 giugno – La CEE, a Venezia, condanna gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gaza e l’annessione forzata di Gerusalemme.
30 luglio – Il parlamento d’Israele approva la “legge fondamentale” che proclama Gerusalemme “unita e nella sua interezza, capitale di Israele”.
20 agosto – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva la Risoluzione n. 478, con la quale ribadisce che “l’acquisizione di territori con la forza è inammissibile” censurando l’approvazione della “legge fondamentale” da parte di Israele, considerandola una netta violazione del diritto internazionale.

1981

aprile – Gli israeliani bombardano Tiro e Sidone.
17 giugno – Bombardano l’impianto nucleare iracheno di Tamuz, presso Bagdad.
17 luglio – Bombardano Beirut: i morti sono più di trecento.
6 ottobre – Viene ucciso, al Cairo, il presidente Sadat ad opera della Jihad Islamica.
9 ottobre – Cade, a Roma, Majd Abu Sharar, funzionario dell’OLP.
14 dicembre – Israele annette le Alture del Golan, appartenenti alla Siria.

1982

marzo/ aprile – Israele sospende sindaci e consigli comunali palestinesi.
11 aprile – Un soldato israeliano, seguace del rabbino razzista Meir Kahane, entra nella Moschea della Roccia a Gerusalemme aprendo il fuoco contro i fedeli mussulmani, uccidendone due e ferendone una trentina. Segue un’ondata di protesta in tutti i Territori Occupati.
3 giugno – A Londra un attentato contro l’ambasciatore israeliano è rivendicato dal gruppo di Abu Nidal, da tempo sconfessato e condannato a morte da Arafat.
4 giugno – Inizia l’operazione: “Pace in Galilea”. Viene sferrata da Israele e dalle truppe loro alleate cristiano-maronite, un’offensiva militare contro il Libano e l’OLP. In ottanta giorni di battaglia, si contano tra le 30.000 e le 40.000 vittime palestinesi e libanesi. Beirut rimane divisa in due parti per tutta la durata del conflitto.
6 luglio – Un gruppo di riservisti israeliani si oppone al proseguimento della guerra.
17 luglio – Viene ucciso, a Roma, Kamal Hussein, rappresentante dell’OLP.
30 agosto – I combattenti palestinesi abbandonano il Libano e il quartier generale dell’OLP viene trasferito a Tunisi. Gli USA promettono di tutelare la sicurezza della popolazione civile palestinese dei campi profughi.
14 settembre – Massacro di Sabra e Chatila: razzi israeliani illuminano a giorno i due campi profughi a Beirut, consentendo ai falangisti di massacrare per tre giorni consecutivi la popolazione palestinese e libanese inerme. Le vittime ufficiali sono 1.319, ma in realtà all’appello mancano più di 3.000 persone.
25 settembre – A Tel Aviv, si svolge una delle più grandi manifestazioni di ebree ed ebrei, contro il massacro e per la pace: scendono in piazza più di 200.000 persone.

1984

L’esercito israeliano è costretto dalla Resistenza Palestinese a ritirarsi per la prima volta da una parte dei territori occupati nel sud del Libano.

1985

1° ottobre – Gli israeliani compiono un raid aereo su Tunisi, radendo al suolo il quartier generale dell’OLP. Sotto le bombe, muoiono 75 persone.
29 dicembre – Un commando palestinese assalta gli uffici della Compagnia di bandiera israeliana “El Al”, all’aeroporto italiano di Fiumicino, facendo 13 morti e 67 feriti.

1986

14 aprile – Si svolge, ad Hebron, una grande manifestazione per la pace, con la partecipazione congiunta di organizzazioni palestinesi ed israeliane.
6 agosto – Il governo israeliano vieta qualsiasi incontro tra israeliani e membri dell’OLP.

 

1987

5 gennaio – Si svolge una manifestazione di studenti all’università ebraica di Gerusalemme in solidarietà con gli studenti arabi dell’università di Bir Zeit, che ad aprile verrà serrata per quattro mesi.
9 dicembre – In seguito all’uccisione di quattro operai palestinesi, travolti da un automezzo israeliano mentre viaggiavano su due taxi collettivi, scoppia la rivolta nella Striscia di Gaza: è l’inizio della “Prima Intifada”, la “rivolta delle pietre”. Il termine “Intifada” (in arabo “l’atto di scuotersi di dosso”) indica la resistenza palestinese all’occupazione israeliana. Comprende forme di disubbidienza civile, auto-organizzazione a livello economico-sociale-sanitario-scolastico ecc., manifestazioni di protesta e varie modalità di rifiuto della presenza dell’occupazione israeliana.
dicembre – Ariel Sharon s’impossessa di un’antica palazzina nel cuore della parte araba della Città Vecchia (Gerusalemme).

1988

31 luglio – La Giordania rinuncia alle proprie pretese politiche ed amministrative sulla Cisgiordania.
15 novembre – Ad Algeri l’OLP pronuncia ufficialmente la “Dichiarazione di Indipendenza della Palestina”, con il riconoscimento di Arafat come presidente.

1989

13 aprile – L’esercito israeliano attacca in piena notte e compie un massacro nel villaggio palestinese Nahalin.
16 aprile – Un commando del Mossad (il servizio segreto israeliano) uccide a Tunisi Abu Jihad, membro dell’organo direttivo dell’OLP.

1990

20 maggio – Un colono israeliano uccide otto operai palestinesi mentre attendevano l’autobus a Ein Al Qara. Seguono rivolte represse dall’esercito che uccide altri sette palestinesi.
8 ottobre – Il movimento fondamentalista ebraico “I fedeli del Monte del Tempio” avvia, con la posa simbolica della prima pietra, la ricostruzione del Terzo Tempio sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme. La rabbia dei palestinesi esplode e l’esercito israeliano irrompe nella moschea di Al Aqsa, causando 22 morti e oltre 150 feriti.
13 ottobre – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota, all’unanimità, una dura condanna per l’eccidio, rinnovando l’accusa ad Israele di continua violazione del diritto internazionale.

1991

Altri due leader dell’OLP vengono uccisi a Tunisi: Abu Iyad e Abu Alhol.
30 ottobre – Cerimonia d’inizio della “Conferenza di Madrid”, negoziato arabo-israeliano voluto dagli Stati Uniti.

1992

16 dicembre – Deportazione da parte di Israele di 417 palestinesi nel sud del Libano, con l’accusa di essere militanti dell’organizzazioni palestinesi Hamas e Jihad Islamica.

1993

luglio – Nuova offensiva israeliana nella fascia di sicurezza nel sud del Libano, che provoca la distruzione di una ottantina di villaggi e l’esodo di un migliaio di profughi.
9 settembre – Riconoscimento reciproco epistolare tra OLP e Stato d’Israele.
13 settembre – A Washington, Arafat e Rabin firmano la “Dichiarazione di principio su accordi transitori di autonomia”, noti come “Accordi di Oslo”, che contempla: – un auto-governo palestinese nella Striscia di Gaza e nella zona Gerico; – un ridispiegamento dell’esercito israeliano nei Territori Occupati; – la costituzione di un corpo di polizia palestinese; – una serie di progetti di cooperazione economica e di sfruttamento delle risorse idriche. Invece le questioni di Gerusalemme, dei profughi, delle colonie, della sicurezza, delle frontiere, delle relazioni e della cooperazioni con i paesi vicini vengono rinviate ai negoziati sullo status finale.
30 dicembre – Accordo diplomatico tra Israele e lo Stato del Vaticano per il reciproco riconoscimento, con apertura di piene relazioni diplomatiche dal 15 maggio 1994.

1994

Ritardi nell’applicazione degli Accordi di Oslo.
25 febbraio – Ad Hebron, all’interno della Tomba dei Patriarchi, durante l’ora della preghiera mattutina, viene compiuto un sanguinoso massacro, ad opera di un commando di coloni ebrei del movimento Kach, guidati da Baruch Goldstein, con la complicità dell’esercito israeliano. I morti sono più di 70 e i feriti più di 300. Nelle manifestazioni che ne seguono, nei giorni successivi, vengono uccisi altri 22 palestinesi e a Hebron viene dichiarato lo stato d’assedio.
29 aprile – Palestinesi e israeliani firmano a Parigi un accordo di collaborazione economica.
4 maggio – Accordo del Cairo: viene firmato il piano per l’autonomia della Striscia di Gaza e della zona di Gerico.
13 maggio – L’esercito israeliano lascia Gerico.
18/19 maggio – L’esercito israeliano abbandona la Striscia di Gaza.
1° luglio – Il presidente dell’OLP, Arafat fa il suo ingresso a Gaza, dall’esilio.
25 luglio – Fine dello stato di belligeranza fra Israele e Giordania
ottobre – Instaurazione di relazioni ufficiali bilaterali fra lo Stato del Vaticano e l’OLP.
14 ottobre – Arafat, Rabin e Peres vengono insigniti a Stoccolma del premio Nobel per la Pace.
26 ottobre – Firma del trattato di pace tra lo Stato d’Israele e il Regno Hashemita di Giordania.

1995

24 settembre – Accordo di Taba, i cui risultati vengono poi ratificati a Washington il 28.
28 settembre – Arafat e Rabin firmano a Washington, alla presenza di Clinton, Mubarak e di Re Hussein, l’Accordo Oslo II (accordo ad interim israeliano-palestinese sulla Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza), che prevede il ridispiegamento dell’esercito israeliano in Cisgiordania, che verrebbe divisa in tre aree: Area A (circa il 3% del territorio e il 20% della popolazione) sotto il totale controllo dell’ANP, Area B (il 27% del territorio e il 68% della popolazione) controllata in modo congiunto dalle forze israeliane e palestinesi e Area C (il rimanente 70% del territorio composto dalle zone rurale non abitate, dagli insediamenti israeliani e dalle aree d’importanza strategica) sotto il totale controllo israeliano. Sono rinviate a data da stabilirsi le questioni relative a: Gerusalemme, profughi, colonie, sicurezza, frontiere, relazioni e cooperazioni con i paesi vicini, ma a non più tardi del 4 maggio ’96.
4 novembre – Yitzhak Rabin viene ucciso nel corso di una manifestazione del Partito Laburista a Tel Aviv, dallo studente Yigal Amir, fondamentalista ebreo che ci rifaceva alle idee del rabbino Meir Kahane.

1996

20 gennaio – Elezioni palestinesi dei due organi principali dell’Autorità Nazionale: il presidente ed il Consiglio dell’Autonomia. Yasser Arafat viene eletto Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese e la sua organizzazione, Al-Fatah, conquista due terzi degli 80 seggi del Consiglio Legislativo Palestinese.
11 aprile – Inizia la “Operazione Furore” dell’IDF nel sud e nell’est del Libano, che provoca più di 400.000 profughi.
18 aprile – Gli aerei israeliani bombardano presso Kana (vicino a Tiro) la base del contingente di pace ONU delle Isole Fiji, che ospitava civili libanesi in fuga dai bombardamenti. Vengono uccisi 102 civili. Le forze di interdizione ONU in Libano dichiarano di aver chiesto ripetutamente la sospensione dell’attacco.
5 maggio – Si aprono a Taba i negoziati di pace israelo-palestinese sullo statuto definitivo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza che vedono sul tappeto tutte le questioni più spinose (Gerusalemme, le frontiere, il ritorno dei profughi, le colonie, lo Stato Palestinese). Il negoziato viene subito sospeso in attesa dei risultati delle elezioni anticipate in Israele.
24/29 settembre – La provocatoria apertura, da parte della municipalità ebrea di Gerusalemme, di un tunnel sotto la Spianata delle Moschee scatena scontri con l’esercito israeliano. Sulla Spianata delle Moschee gli israeliani si esercitano al “tiro al palestinese” uccidendo tre persone e ferendone più di dieci. Gli scontri fra palestinesi ed esercito israeliano dilagano anche nel resto dei Territori Occupati. Alla fine i morti tra i palestinesi sono 76.
9 ottobre – Prima visita ufficiale di Yasser Arafat in Israele, il presidente palestinese viene accolto solennemente da Ezer Weizman.

1997

27 febbraio – In violazione degli accordi di Oslo, Israele annuncia la costruzione di un nuovo insediamento ebraico sulle colline di Har Homa, nella parte araba occupata di Gerusalemme. I Gli Stati Uniti si oppongono con il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede ad Israele di abbandonare la costruzione di questa nuova colonia.
18 marzo – Iniziano i lavori per la costruzione dell’insediamento.
25 aprile – L’Assemblea Generale dell’ONU approva una risoluzione di severa censura nei confronti di Israele per il nuovo insediamento.
1° ottobre – Sotto la pressione della Giordania, Israele libera, con altri 35 prigionieri palestinesi, Sheikh Ahmed Yassin, il leader spirituale di Hamas, che viene accolto a Gaza come un eroe il 6 ottobre. La Giordania in cambio rilascia due agenti del Mossad. 

1998

21 giugno – Il governo israeliano ratifica il progetto “Grande Gerusalemme” proposto da Nétanyahu. Il progetto prevede la trasformazione delle colonie alla periferia di Gerusalemme in modo da realizzare una grande Gerusalemme che da sola coprirebbe il 20% del territorio cisgiordano.
7 luglio – L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite eleva lo statuto della delegazione palestinese a quello di super-osservatore.
13 luglio – Il Consiglio di Sicurezza chiede ad Israele di abbandonare il progetto “Grande Gerusalemme”.
23 ottobre – “Accordo di Wye Plantation”: l’Autorità Palestinese dovrà recuperare entro 3 mesi un ulteriore13% del territorio della Cisgiordania (1% nella Area A, cioè a piena sovranità palestinese, e 12% nella Area B, cioè a sovranità condivisa con gli israeliani). Tutto ciò in cambio della repressione dei movimenti ostili al processo di pace e con la CIA come supervisore del piano di lotta al terrorismo.
24 novembre – Inaugurazione dell’aeroporto internazionale palestinese di Rafah/Gaza.
14/15 dicembre – Clinton è il primo presidente statunitense a visitare la Palestina ed insieme ad Arafat partecipa ai lavori del Consiglio Nazionale Palestinese, dove il presidente palestinese abroga la clausola dello Statuto Palestinese che prevede la distruzione di Israele.
18 dicembre – Il governo israeliano sospende l’applicazione dell’Accordo Wye Plantation.

1999

25 marzo – Meeting a Berlino, i ministri degli esteri dell’Unione Europea proclamano il diritto permanente e senza restrizioni dei palestinesi all’autodeterminazione, compresa la possibilità di uno stato.
17 maggio – Elezioni politiche in Israele. Il candidato laburista, Ehud Barak, batte il leader del Likud, Binyamin Netanyahu.
4/5 settembre – A Sharm el-Sheik, Arafat e Barak firmano l’Accordo detto “Wye migliorato” relativo al ridispiegamento dell’esercito israeliano, che prevede l’apertura di due passaggi sicuri tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, la costruzione del porto di Gaza, il rilascio di altri prigionieri e la conclusione di un accordo complessivo su tutte le questioni dello status definitivo entro al più tardi il 13 settembre 2000.

2000

15 febbraio – Firma in Vaticano di Arafat con la Santa Sede di un accordo che rappresenta da una parte un pieno riconoscimento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dall’altra la ricerca di uno statuto giuridico della Chiesa Cattolica nei territori palestinesi.
21/26 marzo – Papa Giovanni Paolo II è in visita a Gerusalemme e in Palestina.
17/31 maggio – L’esercito israeliano si ritira dal sud del Libano, con largo anticipo sulla data prevista (il 7 luglio 2000) e lascia vuota la fascia di sicurezza. L’Esercito del Libano del Sud si dissolve con la partenza degli israeliani. Migliaia di libanesi si riversano nelle zone rimaste sotto occupazione israeliana per quasi 20 anni. Hezbollah conquista forti simpatie nel mondo arabo per la sua lotta decennale che ha contribuito alla liberazione del Libano del Sud.
11/26 luglio – Vertice a Camp David (con Barak, Arafat e Clinton) sullo status finale della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, si chiude senza nessun accordo.
28 settembre – La visita provocatoria del leader del Likud, Ariel Sharon (uno dei responsabili del massacro di Sabra e Chatila), alla Spianata delle Moschee a Gerusalemme (terzo luogo santo dell’Islam) scatena dimostrazioni palestinesi violentemente represse dalla polizia israeliana, che si estendono nel giro di pochi giorni in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
30 settembre – L’Autorità Nazionale Palestinese chiede una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite per determinare la responsabilità degli scontri di Al-Aqsa.
1° ottobre – La rivolta si estende fra i palestinesi dei Territori del ’48, specialmente in Galilea (nel nord di Israele), indicendo uno sciopero generale. La polizia israeliana interviene con la forza.
2 ottobre – Israele cerca di reprimere la rivolta: elicotteri lanciano missili a Gaza e carri armati sparano a Ramallah, in Cisgiordania. Il segretario di stato USA Madeleine Albright chiede a entrambe le parti di riprendere il controllo della situazione. A Parigi, Jacques Chirac, riferendosi ad Ariel Sharon, pur senza nominarlo, condanna “l’irresponsabile provocazione che ha scatenato una prevedibile esplosione”.
7 ottobre – La risoluzione 1322 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna “l’uso eccessivo della forza contro i palestinesi”.
8 ottobre – 200 residenti della parte ebraica della città di Nazareth attaccano i palestinesi ivi residenti. La televisione israeliana Channel One lo definisce un progrom.
9 ottobre – Nella notte tra domenica e lunedì, coloni ebraici attaccano parecchi suburbi arabi di Gerusalemme Est.
11 ottobre – Dall’inizio della rivolta, ormai nota come “Intifada di Al-Aqsa” più di 100 palestinesi sono stati uccisi e oltre 2.000 feriti. Secondo fonti ufficiali israeliane, 6 ebrei sono stati uccisi (3 militari e 3 civili).
16 ottobre – Meeting a Sharm el-Sheikh, sul Mar Rosso. Oltre ad Arafat e Barak, vi partecipano il presidente USA Bill Clinton, il segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, il presidente egiziano Hosni Moubarak, il re Abdallah di Giordania e il rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Javier Solana. I palestinesi ripetono la loro richiesta di una commissione internazionale d’inchiesta per determinare le responsabilità della crisi, mentre Israele rimane rigidamente contraria ad ogni inchiesta internazionale.
17 ottobre – Termina il summit di Sharm el-Sheikh. L’accordo è infine trovato su tre punti: fine della violenza, costituzione di una commissione di inchiesta sugli scontri (la Commissione Mitchell) e ripresa dei negoziati del processo di pace. Israele accetta di togliere la chiusura della Cisgiordania e Gaza e la nomina di una commissione internazionale di inchiesta, purché i membri siano designati dal presidente degli Stati Uniti e dal segretario generale delle Nazioni Unite.
20 ottobre – L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una risoluzione che condanna “l’uso eccessivo della forza” da parte di Israele contro i civili palestinesi.
21-22 ottobre – Intanto, la rivolta continua a Gaza e in Cisgiordania e l’esercito israeliano continua a reprimere. Il conto dei morti è di 127 palestinesi e 8 israeliani.
24 ottobre – Scontri al confine con la Giordania dove una marcia di profughi palestinesi, rivendicando il loro “diritto al ritorno”, cerca di sfondare il posto di frontiera.
9 novembre – Elicotteri israeliani attaccano un’auto con a bordo due esponenti di Tanzim uccidendone uno e ferendo gravemente l’altro. Nell’attacco perdono la vita anche due donne palestinesi che si trovavano casualmente nei pressi della zona dell’attacco. È il primo “attacco mirato” per eliminare i leader della nuova Intifada.
28 dicembre – In un summit a Sharm al-Sheikh, Barak, Arafat, Clinton e Mubarak tentano un accordo di pace permanente. Israele rifiuta la sovranità palestinese sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme e i palestinesi rifiutano di rinunciare al principio del “diritto al ritorno”. Il summit fallisce. 

2001

8 gennaio – Più di 100.000 israeliani manifestano contro l’eventualità di una concessione di una parte di Gerusalemme ai palestinesi.
21/27 gennaio – Palestinesi e Israeliani si ritrovano a Taba in Egitto per raggiungere un accordo di pace entro 10 giorni. I colloqui terminano con un nulla di fatto.
6 febbraio – Ariel Sharon è eletto primo ministro di Israele.
7 marzo – Sharon vara un governo di unità nazionale a cui partecipano i laburisti: Shimon Peres diviene ministro degli esteri.
9 marzo – Il nuovo governo israeliano intensifica la politica di chiusura e di isolamento delle zone controllate dall’Autorità Nazionale Palestinese. Numerose strade vengono bloccate dall’esercito israeliano che scava dei fossati per renderle inagibili per i palestinesi. Le manifestazioni di protesta vengono represse con l’uso di armi da fuoco.
27 marzo – Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, gli USA pongono il veto ad una risoluzione che prevede il dispiegamento di osservatori ONU per la tutela della popolazione palestinese.
11 aprile – Prima azione militare diretta dentro le zone dell’Autonomia Palestinese. Truppe israeliane attaccano nella Striscia di Gaza la città palestinese di Khan Yunis, considerata “Area A” controllata dall’ANP. Con una vasta operazione, distruggono più di 25 case e baracche.
14 aprile – Violenti scontri tra l’esercito israeliano e i guerriglieri Hezbollah nella zona delle “Fattorie Shebaa”. Da quando Israele si è ritirata (nel maggio 2000) dal sud del Libano, questa è l’ultima parte rimasta ancora sotto la loro occupazione.
16 aprile – Israele attacca con un raid aereo la stazione radar Dahr al-Baidar, a est di Beirut. Era dal 1982 che Israele non colpiva le forze armate siriane in Libano.
16/17 aprile – L’esercito israeliano invade la Striscia di Gaza, occupa la zona di Beit Hanoun e dividendo con barriere la Striscia in tre settori.
30 aprile – Il rapporto Mitchell (Comitato internazionale, presieduto dal senatore statunitense George Mitchell, incaricato nell’ottobre 2000 di accertare le cause della violenza) chiede il congelamento dell’espansione degli insediamenti e la sospensione della cattura di attivisti palestinesi per mettere fine a otto mesi di violenza.
fine maggio – Sharon viene accusato, a Bruxelles dal Tribunale dell’Aja, di crimini di guerra e di violazione dei diritti umani.
27 agosto – Il segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Abu Ali Mustafa, viene ucciso da due missili israeliani a Ramallah.
17 settembre – Gerusalemme Est, occupata da Israele nel 1967, è ormai di fatto separata dal resto della Cisgiordania. Israele sta creando una “zona cuscinetto” fortemente militarizzata tra Gerusalemme e Ramallah.
26 settembre – Israele crea un’analoga “zona cuscinetto” militarizzata lungo la “linea verde” che si estende fino alle città autonome di Tulkarem e Qalqilya.
7 ottobre – Vengono inaugurati tre nuovi insediamenti: due in Cisgiordania e uno nella Striscia di Gaza.
17 ottobre – Il ministro del turismo del governo Sharon, Rehavam Ze’evi, noto sostenitore della politica di ‘trasfer’ dei palestinesi verso i paesi arabi, viene ucciso da un commando del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina.
1° novembre – Il Procuratore generale statunitense, John Ashcroft, inserisce nell’elenco dei 46 gruppi che il Dipartimento di Stato definisce “organizzazioni terroristiche”, anche le “Brigate Martiri di Al-Aqsa”, dell’area di Al-Fatah.
5 novembre – Il governo Sharon approva la costruzione di Beer Milka, il primo di una serie di piccoli insediamenti che sorgeranno nell’area di Halutza, a est di Gaza.
19 novembre – Sharon autorizza la costruzione di dodici nuove case nell’insediamento ebraico all’interno della città di Hebron.
21 novembre – Il capo della polizia israeliana di Gerusalemme, Micky Levy, intervenendo alla Knesset chiede l’appoggio dei deputati per la costruzione di un muro di 11 chilometri, con filo spinato e posti di blocco, per dividere i nuovi quartieri ebraici di Gerusalemme dai quartieri palestinesi.
4 dicembre – Diventa una prassi consolidata l’uso da parte di Israele di elicotteri Apache e di caccia F-16 nei Territori Occupati per colpire qualsiasi presunto obiettivo: le infrastrutture dell’ANP, i campi profughi, sedi politiche, ecc. Reso inagibile dai bulldozer israeliani l’aeroporto internazionale di Gaza, già pesantemente bombardato. Arafat è bloccato e assediato nel suo quartier generale a Ramallah.
13 dicembre – Rasa al suolo con missili dagli elicotteri, bulldozer e dinamite, la sede della radio-televisione di Ramallah “Voce della Palestina” che è nata 63 anni fa ed era dal 1993 portavoce dell’ANP.
20 dicembre – Negli ultimi 14 mesi l’esercito israeliano ha ucciso 924 palestinesi e ferito altri 25.000, dei quali 2.000 sono rimasti permanentemente invalidi.
21 dicembre – Sharon vieta ad Arafat di recarsi a Betlemme la notte di Natale per assistere, come ha sempre fatto fin dal 1994, alla messa di mezzanotte nella Chiesa della Natività.
29 dicembre – Nel carcere di Beer Sheba (deserto del Negev) unità speciali anti-sommossa israeliane reprimono nel sangue una sommossa dei duecento detenuti palestinesi.

2002

1° gennaio – Nei Territori Occupati da Israele nel ’67, ci sono ormai 126 insediamenti, per un totale di 240.000 coloni.
96 posti di blocco militare stanno rendendo la Cisgiordania una grande prigione a cielo aperto come del resto lo è già la Striscia di Gaza.
La Striscia di Gaza: 140 miglia quadrate, il 42 % del territorio abitato da meno di 6.000 coloni israeliani, il resto da più di un milione di palestinesi, per lo più profughi.
10 gennaio – Viene completamente distrutto l’aeroporto internazionale di Gaza, presso Rafah. Era stato inaugurato, nel 1998, dall’allora presidente statunitense Bill Clinton.
12 gennaio – Dopo l’aeroporto anche il porto di Gaza viene colpito da 6 missili. Vengono confiscate tutte le imbarcazioni palestinesi e l’equipaggiamento per la pesca viene distrutto.
16 gennaio – Il nuovo leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina viene arrestato dalla polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese, per l’uccisione del ministro del turismo israeliano, Ze’evi.
25 gennaio – 52 soldati riservisti israeliani annunciano di rifiutarsi di operare aldilà della Linea Verde e condannano la chiusura delle città e dei villaggi palestinesi.
29 gennaio – Approvazione del piano “Avvolgere Gerusalemme”, che prevede la costruzione di 11 km di barriera di cemento suddivisa fra quattro muri esterni (tre a nord – tra Gerusalemme e Ramallah – e uno a sud – tra Gerusalemme e Betlemme) e l’allestimento di posti di blocco fissi tra la parte est e quella ovest della città (con l’installazione di numerose telecamere per la sorveglianza elettronica), con lo scopo di controllare l’accesso alla città.
31 gennaio – Dichiarazione di Sharon: “Mi rincresce di non aver eliminato Arafat quando avevo la possibilità di farlo, durante l’invasione del Libano del 1982”.
febbraio – La demolizione delle case è diventata una punizione collettiva pressoché quotidiana: avviene di solito di notte senza nessun preavviso, costringendo le famiglie a fuggire con i bulldozer già alle porta. In 16 mesi di Intifada almeno più di 5.000 palestinesi sono rimasti senza tetto.
5 febbraio – L’ultimo progetto dell’esercito israeliano: la costruzione nel deserto del Neghev di un prototipo di una “città palestinese” per addestrare meglio le proprie unità ai “confronti armati urbani”, in vista di una rioccupazione delle città autonome palestinesi. I “lavori di costruzione” inizierebbero verso la fine 2002 e il costo andrebbe dai 7,5 ai 10 milioni di euro. Grazie a questo modello in grandezza naturale le unità israeliane sono certe di poter simulare infiltrazioni e sperimentare nuove tecniche di combattimento.
11 febbraio – Nel corso dell’ennesimo attacco con elicotteri Apache e caccia F-16 nella Striscia di Gaza, rimangono danneggiati anche gli uffici ONU e due membri dello staff vengono feriti.
13 marzo – Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta la risoluzione 1397 che ribadisce la soluzione di “due Stati: Israele e Palestina, che vivono all’interno di frontiere sicure e riconosciute”.
14 marzo – Raffaele Ciriello, 42 anni, fotoreporter italiano, viene ucciso a Ramallah da una raffica sparata da un tank israeliano.
19 marzo – Rapporto di Peace Now rivela che da quando Sharon è stato eletto (febbraio 2001) sono stati creati in Cisgiordania 34 siti per nuovi insediamenti.
27/28 marzo – Il vertice arabo di Beirut adotta il “Piano di pace saudita”, che prevede in particolare “la fine del conflitto arabo-israeliano” e un “accordo di pace” con Israele in cambio del suo ritiro da tutti i territori arabi occupati nel 1967.
29 marzo – L’esercito israeliano lancia l’operazione “Muraglia di difesa”, invadendo Ramallah e circondando il quartier generale di Arafat, Al-Muqata’a. I militari penetrano negli edifici e confinano il presidente palestinese in poche stanze.
30 marzo – L’esercito israeliano rioccupa Betlemme e Beit Jala.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU approva la risoluzione 1402, per il ritiro delle truppe israeliane dalle città palestinesi, inclusa Ramallah.
1° aprile – La morsa dell’esercito israeliano si stringe: occupate anche Qalqilya e Tulkarem.
2 aprile – Un gruppo di circa duecento miliziani e civili palestinesi trova rifugio nella Basilica della Natività di Betlemme, assieme a loro ci sono quattro giornalisti italiani ed una quarantina di frati e suore. Comincia un lungo assedio da parte dell’esercito israeliano.
3 aprile – L’assedio alla Basilica continua: gli israeliani vogliono la resa di alcuni dei 200 palestinesi, in quanto ricercati. I giornalisti italiani vengono liberati. I frati decidono di restare e chiedono l’incolumità loro e di tutti i 200 palestinesi.
4 aprile – Ormai quasi tutte le città ed i villaggi palestinesi della Cisgiordania sono rioccupati dall’esercito israeliano.
5 aprile –Nuova risoluzione dell’ONU: è la 1403 che impone a Israele di “ritirare subito l’esercito dalle città occupate”.
6 aprile – Si combatte ovunque: l’esercito israeliano incontra la resistenza più dura a Jenin e Nablus. I palestinesi resistono casa per casa.
Dal 29 marzo al 6 aprile sono 124 le vittime palestinesi accertate e più di 1.000 sono gli arrestati.
8 aprile – Cade la città di Nablus mentre continua la resistenza a Jenin.
L’esercito comincia a ritirarsi da Tulkarem e Qualqilya, dicendo che “ha finito il suo lavoro”.
10 aprile – A Madrid, i rappresentanti di USA, UE, Russia e ONU approvano un documento congiunto: “esigiamo il ritiro immediato di Israele”.
11 aprile – Si arrendono gli ultimi difensori del campo profughi di Jenin. Si parla di centinaia di morti, ma i giornalisti sono tenuti a distanza e nessuno può dare cifre precise. L’esercito israeliano si ritira da 24 villaggi ma continua l’assedio o l’occupazione di Jenin, Nablus, Ramallah, Hebron e Tulkarem.
Secondo l’UNRWA, dall’inizio dell’operazione “Muraglia di difesa” almeno 3.000 palestinesi sono rimasti senza casa.
12 aprile – Si scopre che l’esercito israeliano ha compiuto massacri ovunque: a Nablus, Jenin, Petunia… Arrivano le prime ammissioni ufficiose israeliane: “A Jenin centinaia di morti e feriti”.
15 aprile – Marwan Barghouti, segretario di Al-Fatah nei Territori Occupati, viene arrestato a Ramallah dall’esercito israeliano.
18 aprile – Larsen, inviato ONU, visita il campo profughi di Jenin e descrive lo scenario come “orribile oltre ogni limite”. Il governo israeliano lo considera subito “persona non gradita”.
Scenari di altri massacri: a Nablus durante una breve interruzione del coprifuoco vengono sepolti in una fossa comune i corpi di una settantina di palestinesi, compresi donne e bambini, uccisi durante l’incursione israeliana.
19 aprile – Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU n. 1405, per l’invio di una commissione d’inchiesta in Israele per indagare su quanto accaduto nel campo profughi di Jenin, che ribadisce la richiesta di immediato ‘cessate il fuoco’ e ritiro israeliano dalla Cisgiordania. La Commissione viene respinta da Israele.
21 aprile – Parziale ritiro dell’esercito israeliano. Continua l’assedio dell’Al-Muqata’a (a Ramallah) ed alla Basilica della Natività (a Betlemme).
22 aprile – Sotto le pressioni di Israele, nell’Al-Muqata’a assediato, inizia il processo contro i quattro palestinesi accusati dell’uccisione del ministro Ze’evi. Si concluderà il 25 con la loro condanna.
28 aprile – Accordo raggiunto con la mediazione degli Stati Uniti per porre fine all’assedio dell’Al-Muqata’a: Arafat può uscire da Ramallah in cambio dell’incarcerazione nella prigione palestinese di Gerico (sorvegliata da agenti inglesi e americani) dei 4 condannati per l’uccisione di Ze’evi, del segretario del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmed Sa’adat, e di un altro palestinese accusato di trasporto d’armi.
maggio – La Procura Generale Belga esprime parere favorevole all’ammissibilità del ricorso contro Sharon sulla base della denuncia presentata nel 2001 da 23 cittadini palestinesi e libanesi, superstiti del massacro e familiari delle vittime, con l’accusa di crimini contro l’umanità, genocidio, crimini di guerra, in base alle sue “responsabilità di comando ” nel massacro di Sabra e Chatila.
1° maggio – Tolto l’assedio all’Al-Muqata’a. L’ANP consegna i 6 prigionieri palestinesi a ufficiali inglesi e statunitensi per il loro trasferimento al carcere di Gerico.
6 maggio – I danni materiali, provocati dalla recente occupazione israeliana, ammontano a 300/400 milioni di dollari. Nablus è stata la città maggiormente colpita.
7 maggio – L’Assemblea Generale dell’ONU vota una risoluzione che condanna Israele per l’assalto alle città e per il suo rifiuto di cooperare con la Commissione d’Inchiesta per i fatti di Jenin.
10 maggio – Viene raggiunto un accordo per porre fine all’assedio della Basilica della Natività. 13 palestinesi vengono trasferiti a Cipro su un aereo militare inglese, in attesa della loro destinazione successiva. Altri 26 palestinesi vengono deportati nella Striscia di Gaza.
14 maggio – La Banca Mondiale presenta un rapporto sui danni provocati dall’operazione “Muraglia di difesa”: alle infrastrutture 360 milioni di dollari e alle abitazioni civili 66 milioni di dollari.
20 maggio – Peace Now riporta che il governo israeliano ha deciso di costruire 957 nuove unità abitative negli insediamenti della Cisgiordania.
Il ministro della difesa israeliano annuncia che un muro (lungo la Linea Verde) di 364 km, dotato di telecamere per la sorveglianza elettronica, sarà completato in sei mesi.
21 maggio – Il Programma Alimentare delle Nazioni Unite valuta che circa il 50% dei residenti in Cisgiordania vive sotto la soglia della povertà.
L’Unione Europea approva un accordo riguardo ai 13 palestinesi esiliati a Cipro. L’Italia e la Spagna ne accoglieranno 3 ognuno, Irlanda e Grecia due, Portogallo e Belgio uno. Il tredicesimo rimane a Cipro in attesa che un altro paese europeo lo accetti. Verranno ospitati temporaneamente in questi paesi per motivi esclusivamente umanitari, per un periodo di 12 mesi. Il trasferimento avverrà il giorno seguente e da allora vivono ‘sotto protezione’ in imprecisate località dei paesi UE.
26/27/28 maggio – Le forze israeliane rioccupano Betlemme, Tulkarem, Qalqilya, il campo profughi di Dheisheh (Betlemme) ed altri villaggi palestinesi.
3 giugno – Inizio dei lavori per la costruzione di un nuovo insediamento a Gerusalemme Est.
Sharon approva la costruzione di una barriera di 110 km nel nord della Cisgiordania (presso la Linea Verde), che partirà da Kufr Salem (vicino a Megiddo) fino a Kufr Qassem.
6 giugno – L’esercito israeliano invade Ramallah, circonda e attacca il quartiere generale di Arafat e bombarda vari edifici della Al-Muqata’a.
17 giugno – L’Unione Europea include il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Fronte per la Liberazione della Palestina, l’Organizzazione di Abu Nidal, le Brigate Martiri di Al-Aqsa e la Fondazione per lo Sviluppo ed il Sostegno della Terra Santa (legata a Hamas e con base negli USA), nella sua lista nera.
18 giugno – Il Gabinetto Israeliano approva il “Piano di difesa di Gerusalemme” con la costruzione di muri, barriere elettriche, trincee e blocchi stradali fuori dai confini della città a partire da marzo del 2003.
19/25 giugno – Israele rioccupa Nablus, Beitunia, Betlemme, Qalqilya, Tulkarem, Ramallah, Al-Bireh ed Hebron, imponendo il coprifuoco in alcune di queste città.
23 giugno – Il Gabinetto Israeliano approva il “concetto di sicurezza”, che comprende: una barriera di sicurezza ad est della Linea Verde ed attorno a Gerusalemme, una zona cuscinetto di 20 km ad ovest del fiume Giordano e prevede la continua presenza dell’esercito israeliano in Cisgiordania.
25 giugno – Inizio dei lavori per la costruzione di un muro di separazione vicino alla Strada del Tunnel che conduce al blocco degli insediamenti di Gush Etzion. Un’altra barriera, lunga 7 km, partirà da lì per arrivare a Har Homa, mentre un’altra ancora lunga 9 km si svilupperà dal Campo Militare Ofer (vicino a Ramallah) fino al blocco stradale di Ar-Ram.
26 giugno – La sentenza della Corte d’Appello Belga dichiara inammissibile il procedimento contro Sharon per il massacro di Sabra e Chatila, con la motivazione che “l’accusato non si trova sul territorio belga”.
2 luglio – Londra: il Segretario di Stato statunitense Burns si consulta con rappresentanti del “quartetto” (Russia, Unione Europea e Nazioni Unite, oltre agli USA) per discutere su un nuovo piano di pace per il Medio Oriente.
16 luglio – Il Quartetto s’incontra a New York per discutere come porre fine all’occupazione israeliana e realizzare un piano di pace, basato su due stati, entro 3 anni. Un punto di disaccordo è il ruolo di Arafat: l’ONU, l’UE e la Russia, al contrario degli USA, insistono sul fatto che è il legittimo rappresentante del popolo palestinese.
21 luglio – Incontri israelo-palestinesi a Gerusalemme per porre fine allo stato d’assedio ed all’occupazione.
23 luglio – F16 israeliani attaccano e distruggono un edificio di 4 piani a Gaza City uccidendo, assieme ad un attivista di Hamas, sua moglie, uno dei suoi figli e almeno altre 14 persone. I feriti sono 150.
25 luglio – Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti in un incontro urgente si discute dell’attacco contro Gaza.
La Banca Mondiale dichiara che il 70% dei palestinesi vive con meno di 2 dollari al giorno e che il 21% dei bambini sotto i 5 anni soffre di malnutrizione e il 45% di anemia.
29 luglio – Da 40 giorni Nablus è sotto coprifuoco.
1° agosto – Viene pubblicato un rapporto delle Nazioni Unite sui fatti del campo profughi di Jenin (in aprile durante l’operazione “Muraglia di difesa”) che respinge la denuncia palestinese del massacro compiuto dalle forze israeliane e critica le due parti perché mettono a rischio le vite dei civili. Durante l’invasione, secondo il rapporto, sarebbero stati uccisi 52 palestinesi e 23 soldati israeliani.
18 agosto – A Tel Aviv viene raggiunto l’accordo israelo-palestinese “Gaza – Betlemme prima”, che prevede il ritiro d’Israele da Betlemme e da una parte della Striscia di Gaza, via via che l’Autorità Palestinese subentri per prevenire attacchi contro gli israeliani.
20 agosto – Le forze israeliane cominciano il ritiro da Betlemme.
22 agosto – Da un rapporto dell’Autorità Nazionale Palestinese: nel secondo trimestre del 2002 il 44,7% della forza lavoro palestinese risulta disoccupata e lo stipendio del 59,2% dei lavoratori è sotto la soglia di povertà.
29 agosto – Nel contesto del piano “Avvolgere Gerusalemme” (una barriera di separazione che va da Beit Sahour fino alla base militare Ofer), l’esercito israeliano ha preparato un nuovo progetto, già approvato da Sharon, per annettere nei fatti anche l’area della Tomba di Rachele a Gerusalemme. Questo nuovo progetto prevede la costruzione, intorno alla zona della Tomba, di un muro alto 8 metri e lungo diverse centinaia, che creerà così un’area trapezoidale che sarà quella annessa a Gerusalemme.
2 settembre – La Corte Suprema israeliana decide che Israele ha il diritto di espellere dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza i parenti di palestinesi sospettati di terrorismo.
5 settembre – A Tel Aviv inizia il processo contro Marwan Barghouti.
11 settembre – Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva la costruzione di una barriera di sicurezza attorno a Gerusalemme e decide di includere al suo interno l’area della Tomba di Rachele, annettendo quindi nei fatti questa zona finora considerata, secondo gli Accordi di Oslo, Area C.
19 settembre – Israele reimpone il blocco attorno al quartier generale di Arafat a Ramallah.
21 settembre – Continua l’assedio all’Al-Muqata’a. L’esercito israeliano distrugge quattro dei cinque edifici principali del quartier generale. Arafat e il suo seguito, assieme a 19 palestinesi ricercati da Israele, vengono confinati al secondo piano dell’ultima palazzina rimasta in piedi.
22 settembre – In tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, grandi manifestazioni a sostegno di Arafat.
24 settembre – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota con l’astensione degli USA, una risoluzione di compromesso nella quale si chiede ad Israele di fermare le sue azioni contro l’Al-Muqata’a e condanna contemporaneamente gli attacchi terroristici contro tutti i civili.
29 settembre – Grazie alle pressioni statunitensi, Israele ritira le sue forze dall’Al-Muqata’a dopo 11 giorni di assedio. Arafat definisce tale ritiro: “cosmetico”.
30 settembre – L’Unione Europea critica Israele per la sua distruzione delle infrastrutture palestinesi dicendo che ciò non aiuta a porre fine al terrore ed invita Israele a cessare i coprifuoco e gli assedi. Invita pure i palestinesi ad avanzare con le loro riforme, compresa quella dei servizi di sicurezza, per porre fine al terrorismo in tutte le sue forme e prepararsi a tenere elezioni libere e giuste al massimo entro il prossimo anno.
2 ottobre – Poupard, rappresentante speciale dell’UNICEF in Medio Oriente, dichiara che un’intera generazione di bambini palestinesi è stata privata del suo diritto all’istruzione, perché in Cisgiordania è stato negato l’accesso alle loro scuole a 226.000 studenti (su un milione) ed a 9.300 insegnanti. Inoltre almeno 580 scuole sono state chiuse.
4 ottobre – Israele dichiara che un altro settore di Gerusalemme Est, Al Musrara, è giuridicamente originariamente ebreo, così la polizia si appresta a realizzare in pratica l’esproprio del quartiere.
8 ottobre – Il parlamento israeliano autorizza un aumento di 5 milioni di shekel (circa 1 milione d’euro) del budget riservato alla sicurezza degli ebrei che vivono nei quartieri arabi di Gerusalemme Est.
25 ottobre – Le truppe israeliane lanciano la “Operazione Avanguardia” a Jenin, distruggendo case alla ricerca di palestinesi sospettati.
Sharon dà la sua approvazione di principio alla proposta statunitense “Road Map per la Pace”.
26 ottobre – L’Autorità Nazionale Palestinese esprime delle riserve sulla Road Map.
27 ottobre – Peace Now dichiara che dal 1996 i coloni hanno creato 106 nuovi avamposti illegali in Cisgiordania, di cui solo 8 sono stati completamente smantellati e 7 parzialmente.
11 novembre – Le forze israeliane iniziano una nuova operazione militare contro Nablus e Tulkarem.
14 novembre – Nablus viene rioccupata e Sharon dichiara che l’esercito ci rimarrà per diverse settimane.
16 novembre – I militari israeliani scatenano una nuova operazione militare contro Hebron, rioccupando la maggior parte dei settori della città controllati dai palestinesi.
17 novembre – Sharon ritiene necessario predisporre un corridoio che colleghi la piccola enclave ebraica di Hebron (dove risiedono circa 450 israeliani) al vicino insediamento di Kiryat Arba (distante circa due chilometri) passando per la Tomba dei Patriarchi, un santuario venerato sia dagli ebrei che dai musulmani. Il premier auspica che sia “ridotta al minimo” la presenza di civili palestinesi nella zona limitrofa alle aree abitate da israeliani.
18 novembre – Il Consiglio dell’insediamento di Kiryat Arba e il Consiglio dell’Enclave Ebraica di Hebron annunciano un piano per costruire mille unità abitative fra Kiryat Arba e la Tomba dei Patriarchi e il ministro della costruzione israeliano ordina l’esproprio delle terre palestinesi corrispondenti.
22 novembre – Scatta “Reazione a catena”: l’esercito rioccupa tutte le principali città della Cisgiordania esclusa Gerico. Il colonnello Aviv, che guida le operazioni dell’esercito israeliano a Betlemme, avverte: “Reazione a catena non ha limiti di tempo e verrà condotta fino a quando sarà necessario”. Nel campo profughi di Jenin viene ucciso dai soldati israeliani Iain Hook, funzionario irlandese dell’UNRWA (agenzia ONU che si occupa dei profughi palestinesi), che si trovava lì come direttore dei lavori per la ricostruzione del campo profughi di Jenin raso al suolo durante l’incursione israeliana di aprile. Un’altra dipendente irlandese dell’Unrwa, Caoimhe Butterly, viene ferita ad una gamba, mentre cercava di fare scudo a un gruppo di bambini palestinesi.
4 dicembre – L’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva sei risoluzioni in cui chiede il ritiro delle truppe israeliane dalle Alture del Golan e da tutti i Territori Occupati durante la Guerra dei sei giorni, nel 1967. Quanto a Gerusalemme, l’Assemblea definisce illegali le misure amministrative adottate da Israele per rendere la città di fatto capitale dello Stato, mentre sono ancora in corso i negoziati con i palestinesi per definirne lo status finale. Il pronunciamento ricorda la risoluzione 478 con la quale, nel 1980, il Consiglio di Sicurezza decise di non riconoscere la legge con cui Israele proclamava Gerusalemme “capitale unica e indivisibile dello stato”. È da sottolineare che le risoluzioni dell’Assemblea Generale non prevedono alcun meccanismo cogente o di pressione nei confronti del governo israeliano.
21 dicembre – Nuovo veto degli Stati Uniti ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di condanna di Israele, per l’uccisione di un britannico e di due palestinesi che lavoravano per l’ONU nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza.
21 dicembre – L’esercito israeliano taglia in tre la Striscia di Gaza proibendo ai palestinesi la circolazione sulle strade che collegano il nord al sud. Sono state chiuse con sbarramenti le strade vicino all’insediamento israeliano di Netzarim, a sud di Gaza, e ancora più a sud vicino alla località palestinese di Deir el-Balah.
23 dicembre – 46 senatori italiani dell’opposizione e della maggioranza, con una mozione, invitano il governo israeliano a “bloccare l’annunciata demolizione del centro storico di Hebron e di altre parti del patrimonio culturale della Palestina”. Chiedono inoltre al governo italiano di premere su quello israeliano per “congelare gli insediamenti, giacché la maggior parte di essi rappresenta un grave ostacolo sulla via della pace e una presenza minacciosa nella vita quotidiana dei palestinesi”.
24 dicembre – L’esercito israeliano si ritira dal centro di Betlemme, ridispiegandosi alla periferia, per consentire le celebrazioni del Natale. Per il secondo anno consecutivi rimane vietato a Yasser Arafat di recarsi a Betlemme per assistere alla Messa di mezzanotte.
26 dicembre – L’esercito israeliano ha rioccupato praticamente tutte le principali città della Cisgiordania, ad esclusione di Gerico. Attorno agli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi sono state create di recente ‘zone di sicurezza’ di alcune centinaia di metri di larghezza. Queste zone vengono pattugliate da soldati autorizzati a sparare contro qualunque persona sorpresa al loro interno.
29 dicembre – È salito a 2.802 il numero dei morti dall’inizio dell’Intifada (fine settembre 2000): 2.117 sono palestinesi (di cui il 19% minorenni) e 685 israeliani.

2003

3 gennaio – Il portavoce del Dipartimento di Stato statunitense, Boucher Richard, denuncia la politica israeliana di demolizione delle case dei palestinesi, come una forma di “punizione collettiva”. Secondo le organizzazioni a tutela dei diritti civili, tale politica viola il diritto umanitario internazionale.
Brutale repressione, nel campo di detenzione israeliano di Ofer, per porre fine alla protesta collettiva dei detenuti palestinesi iniziata il 31 dicembre. Le guardie israeliane fanno ricorso a gas lacrimogeni ed a bombe da stordimento provocando almeno 40 feriti.
I palestinesi in stato di “detenzione amministrativa” (vale a dire incarcerati a tempo indeterminato e senza accuse) sono 1.007.
5 gennaio – L’agenzia Care International denuncia l’elevato tasso di denutrizione fra i bambini palestinesi di età compresa fra i sei mesi e i cinque anni. Nella Striscia di Gaza è affetto da denutrizione il 13,3% dei bambini di quella fascia di età, mentre in Cisgiordania la percentuale è del 4,3%. I bambini affetti da anemia sono il 43,8% in Cisgiordania e il 44% nella Striscia. Le cause sono da attribuire alla scarsità del cibo ed alla sua scadente qualità.
7 gennaio – Il governo britannico decide di sospendere la Conferenza di Londra sulle riforme dell’ANP, per il mancato arrivo della delegazione palestinese. Israele controlla lo spazio aereo ed i confini palestinesi e quindi ogni spostamento dei palestinesi deve avere la sua approvazione, che in questa circostanza non c’è stata.
8 gennaio – Tensioni al confine fra Sira ed Israele.
12 gennaio – Caccia israeliani sorvolano Beirut. L’ONU ha più volte chiesto a Israele di non violare lo spazio aereo libanese.
18 gennaio – Il ministro israeliano per l’edilizia pubblica avvia i lavori per la costruzione di 70 nuove unità abitative per israeliani nei quartieri arabi di Gerusalemme Est.
21 gennaio – L’esercito israeliano distrugge 62 negozi e magazzini a Nazlat Issa (a nord della Cisgiordania) per preparare il terreno alla costruzione del muro di separazione.
26 gennaio – Operazione “Ferro Caldo”, la più vasta operazione militare contro la città di Gaza dall’inizio della Seconda Intifada: 13 palestinesi uccisi, più di 100 officine distrutte e una dozzina di laboratori tessili dati alla fiamme.
27 gennaio – Iniziano i lavori per la costruzione di un tratto di 45 km della barriera di sicurezza fra il posto di blocco di Salem, vicino a Jenin, a ovest e gli insediamenti Gilboa a est.
Sono ormai 120 i posti di blocco disseminati dai militari israeliani tra Cisgiordania e Striscia di Gaza: un muro invisibile che impedisce il libero spostamento di tre milioni di civili. Non passano neppure ambulanze e soccorsi medici.
28 gennaio – Ariel Sharon vince le elezioni politiche israeliane.
febbraio – Nel solo mese di gennaio sono state 72 le vittime palestinesi dell’esercito israeliano: 38 nella Striscia di Gaza e 34 in Cisgiordania. 24 erano minorenni. I palestinesi feriti sono stati 790, di cui 602 in Cisgiordania e 188 nella Striscia di Gaza.
11 febbraio – La Corte Suprema Belga stabilisce che il generale israeliano Amos Yaron può essere perseguito per il suo coinvolgimento come comandante dell’IDF a Beirut nel 1982, ai tempi del massacro di Sabra e Chatila. Anche Sharon potrà essere perseguito dal tribunale sulla stessa materia, appena terminerà il suo incarico e perderà quindi l’immunità diplomatica.
19 febbraio – Israele ha introdotto più di 100 correzioni all’ultima versione della Road Map, principalmente su argomenti riguardanti la sicurezza e la limitazione della sovranità palestinese.
20 febbraio – Per la prima volta dall’invasione del Libano, nel 1982, la procura militare israeliana apre un provvedimento contro un obiettore di coscienza. È il nipote di Netanyahu, già in carcere da 200 giorni. È incriminato per renitenza alla leva e rischia fino a tre anni.
21 febbraio – Sono 2.923 le persone morte dall’inizio dell’Intifada (fine del settembre 2000): 2.229 sono palestinesi, 694 israeliani.
4 marzo – La Banca Mondiale riporta che circa il 50% dei palestinesi impiegati nel settore privato ha perso il suo posto di lavoro e che il reddito pro-capite fra il 1999 ed il 2002 è diminuito del 30%.
8 marzo – Proseguono le eliminazioni mirate. Con 4 missili l’esercito israeliano uccide il co-fondatore di Hamas, capo dell’ala Izz Eddin Al-Qassam, assieme a tre guardie del corpo.
16 marzo – Rachel Corrie, 23 anni, pacifista statunitense di Olympia (Washington), viene investita ed uccisa da una ruspa israeliana nel campo profughi di Rafah, nella Striscia di Gaza, mentre sta tentando di ostacolare la demolizione di una casa. Faceva parte dei “Gruppi di solidarietà internazionale”, che si trovano a Gaza dall’inizio della seconda Intifada per agire da ‘scudi umani’ a difesa dei palestinesi.
19 marzo – Abu Mazen è il nuovo primo ministro palestinese.
23 marzo – Confisca di terreni nei villaggi palestinesi nei dintorni di Gerusalemme Est per la costruzione della “barriera di separazione”.
31 marzo – Il Rapporto annuale del Dipartimento di Stato statunitense sui diritti umani critica Israele per “seri abusi sui diritti umani” nei Territori Occupati palestinesi, incluse 37 “eliminazioni mirate” che hanno provocato la morte di 25 passanti, fra i quali 13 bambini.
2 aprile – Le truppe israeliane impongono il coprifuoco sul campo profughi di Tulkarem. Più di 1.000 palestinesi maschi, d’età compresa fra i 14 e i 40 anni, vengono trasferiti, bendati e legati, al campo profughi di Nur Shams, col divieto di far ritorno a casa per 3 giorni.
6 aprile – Un altro pacifista statunitense di 24 anni, Brian Avery, muore. Ieri un blindato israeliano gli aveva sparato a Jenin. Si trovava in Cisgiordania come attivista del International Solidarity Movement.
Inizia il processo contro Marwan Barghouti.
11 aprile – Un terzo pacifista, Tom Hurndall, inglese, di 21 anni, è in fin di vita per aver cercato di difendere due bambini a Rafah.
12 aprile – I bulldozer israeliani spianano più di 1.000 dunums di terre coltivate palestinesi alla periferia di Gerusalemme Est per costruire una nuova autostrada di collegamento fra gli insediamenti.
15 aprile – Le forze americane a Baghdad arrestano Mohammed Abbas (Abu Abbas), capo del Fronte per la Liberazione della Palestina (coinvolto nel sequestro della Achille Lauro nel 1985).
La Commissione per i diritti umani dell’ONU (UNCHR) nella sua sessione annuale adotta 4 risoluzioni nelle quali critica: gli insediamenti, la restrizione dei movimenti dei palestinesi, il “muro di separazione”, le uccisioni di massa e gli abusi sui diritti umani. Afferma il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e si oppone ai cambiamenti del carattere fisico e dello status legale delle Alture del Golan siriane.
22 aprile – Un’altra ampia zona palestinese coltivata viene spianata sempre alla periferia di Gerusalemme.
27 aprile – Peace Now denuncia che sono 108 gli avamposti illegali: 72 sono stati costruiti dopo l’elezione di Sharon e ne sono stati smantellati 11.
30 aprile – Il presidente statunitense presenta ufficialmente la Road Map, un nuovo piano di “pace” elaborato dal ‘Quartetto’: Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite.
3 maggio – L’operatore televisivo britannico, James Moller, muore colpito da un carro armato, mentre stava riprendendo i soldati israeliani che distruggevano alcune case palestinesi a Rafah.
8 maggio – Sale a 3.214 il numero degli morti dall’inizio dell’Intifada: 2.484 vittime sono palestinesi e 730 israeliane.
14 maggio – La Banca Mondiale lancia l’allarme: la “barriera di separazione” devasterà la popolazione palestinese, distruggendo terreni agricoli ed impedendo l’accesso alle risorse idriche, alle scuole ed ai posti di lavoro. Ne saranno colpite 95 mila persone.
19 maggio – L’inviato dell’ONU, Terje Roed-Larsen, mette in guardia: se il regime di stato d’assedio permane e se le condizioni di vita continuano a deteriorarsi non c’è la pur minima possibilità che il governo palestinese possa sopravvivere.
22 maggio – Il ministro israeliano per l’edilizia pubblica annuncia la costruzione di 502 nuove unità abitative nell’insediamento di Ma’ale Adunim, alla periferia est di Gerusalemme.
I bulldozer israeliani spianano diverse centinaia di dunums di terre coltivate palestinesi ad Anata (Gerusalemme Est) per costruire una nuova strada ad uso militare.
23 maggio – L’esilio dei 12 palestinesi, che nella primavera 2002 rimasero assediati dalle truppe israeliane nel complesso della Basilica della Natività, viene prorogato per un altro anno. Da allora vivono in imprecisate località e sotto stretta sorveglianza in sei Stati dell’Unione Europea, tra cui l’Italia.
24 maggio – I bulldozer israeliani spianano diverse centinaia di dunums di terre coltivate palestinesi ad Anata (Gerusalemme Est) per preparare la costruzione della “barriera di separazione”.
25 maggio – Il governo israeliano approva la Road Map.
27 maggio – La Siria si dichiara pronta a riprendere i negoziati di pace sulla base delle risoluzioni ONU 242 e 338, della Conferenza di Madrid (1991) e del principio ‘terra in cambio di pace’. Le due risoluzioni prevedono il ritiro di Israele dai territori arabi occupati nel 1967, tra cui l’altopiano siriano del Golan. Le Alture del Golan, 1.200 kmq con notevoli risorse idriche, sono d’importanza strategica. A conseguenza delle guerre del 1967 e del 1973, circa 150.000 persone fuggirono dal Golan, dove restano tuttora, sotto l’occupazione israeliana, circa 15.000 drusi. Nel frattempo 17.000 israeliani si sono insediati in 18 colonie. Israele rifiuta di ritirarsi entro i confini del ’67 anche per non dar a Damasco l’accesso al lago di Tiberiade.
28 maggio – Il premier israeliano Ariel Sharon critica in almeno 14 punti la Road Map.
29 maggio – Presentato il progetto per un nuovo insediamento ebraico a Gerusalemme Est: si chiama Kidmar Tziyon e verrebbe costruito nei pressi del villaggio palestinese di Abu Dis (indicato – nelle mappe discusse nel vertice di Camp David nel luglio 2000 – come la possibile “capitale” dello Stato palestinese). La nuova colonia sorgerebbe su una superficie di 25 acri e comprenderebbe 230 unità abitative e due sinagoghe.
3 giugno – Il ministro del turismo israeliano, Benny Elon, (del partito Moledet) insieme ad un gruppo di coloni, occupa a Gerusalemme Est una palazzina installandoci il suo nuovo quartier generale di partito. Sulle pareti affiggono dei poster con la scritta: “La Giordania è la Palestina”.
Bush, Mubarak, re Abdullah e Abu Mazen s’incontrano a Sharm El-Sheick per discutere della Road Map.
4 giugno – Vertice di Aqaba fra Bush, Sharon e Abu Mazen. Il primo ministro israeliano Ariel Sharon promette l’immediato smantellamento degli avamposti degli insediamenti, come previsto dalla Road Map.
9 giugno – Israele tenta d’assassinare a Gaza il leader di Hamas, Abdul Aziz Rantisi, che rimane ferito.
11 giugno – Un rapporto dell’UNRWA denuncia che, fra settembre del 2000 e maggio del 2003, le forze israeliane hanno distrutto o danneggiato gravemente 1.134 abitazioni nella Striscia di Gaza, lasciando senza casa 10.000 palestinesi.
25 giugno – Negli ultimi giorni gli “avamposti illegali” (in cui vivono complessivamente circa 700 israeliani) si sono moltiplicati perché i coloni, spinti da vari rabbini, hanno creato anche “falsi avamposti” – con case prefabbricate, camper, roulotte, tende, baracche, ecc.
30 giugno – In applicazione della Road Map, Israele si “ritira” ufficialmente dalla Striscia di Gaza, ma le forze israeliane restano nei 18 insediamenti ebraici ed a guardia della frontiera con l’Egitto. In base all’accordo Israele “dovrebbe” porre fine alle incursioni e smantellare i posti di blocco che paralizzano la vita quotidiana dei palestinesi della Striscia.
2 luglio – Betlemme torna sotto il controllo palestinese, escludendo l’area della Tomba di Rachele.
13 luglio – Il ministro palestinese per gli Affari Sociali dichiara che, a causa della politica israeliana di assedio, più del 70% dei palestinesi vive sotto la soglia della povertà e che la disoccupazione a Gaza è salita al 65% e in Cisgiordania al 55%.
17 luglio – L’inviato dell’ONU, Larsen, dichiara che Israele deve smantellare la “barriera di difesa” perché è un atto unilaterale non consono alla Road Map in quanto crea più difficoltà alla creazione di uno Stato Palestinese con continuità territoriale.
20 luglio – Sono circa 7.700 i palestinesi detenuti nelle carceri israeliane secondo un rapporto della Croce Rossa Internazionale.
21 luglio – Un dossier dell’Associazione della Stampa Estera israeliana (FPA) denuncia il trattamento riservato ai giornalisti stranieri. Si parla di una trentina di casi di “vistose e sistematiche vessazioni ai danni di corrispondenti stranieri negli aeroporti del paese e ai posti di frontiera” che sono “un mezzo primitivo per limitare la libertà d’azione della stampa” (prolungati ritardi per i controlli di sicurezza, ricorrenti interrogatori, confisca e danneggiamento o perdita di costose attrezzature, richieste di mostrare appunti e files di computer e di rivelare incontri e contatti personali).
26 luglio – Va avanti la costruzione del ‘muro’: un immenso reticolato di grate metalliche e filo spinato munito di barriere in cemento, pali in acciaio, trincee, sensori a onde magnetiche, telecamere e torrette di controllo armate. Il settore in preparazione è lungo 120 chilometri.
Le forze israeliane espropriano 136 dunums di terre palestinese della zona di Sur Baher (Gerusalemme Est) per la costruzione del ‘muro’. Recentemente sono stati confiscati altri 46 dunums del villaggio di Abu Dis (sempre a Gerusalemme Est).
28 luglio – Il Comitato Finanziario della Knesset approva storna dal budget statale circa 150 milioni di euro, per la costruzione della “barriera di separazione” fra Israele ed i territori palestinesi.
31 luglio – Il parlamento israeliano approva una legga che nega la cittadinanza israeliana o lo status di residente permanente ai palestinesi che si sposano con cittadini israeliani.
1° agosto – Più di 4.000 prigionieri palestinesi cominciano uno sciopero della fame per protestare sia per le disumane condizioni di vita che per l’irruzione delle guardie israeliane nel carcere di Ashkelon avvenuta il giorno prima.
6 agosto – Scarcerati 339 palestinesi (su più di 6.000): Israele ha condizionato la loro liberazione alla firma di un impegno a non compiere più attività ostili contro lo stato ebraico. 182 erano accusati di aver commesso reati legati a violazioni della sicurezza, mentre altri 157 si trovavano in carcere per reati amministrativi. Solo nell’ultimo mese però l’esercito israeliano ha arrestato altri 320 palestinesi, quasi lo stesso numero di quelli che sono stati rilasciati oggi.
9 agosto – I residenti dei villaggi palestinesi di Nu’man, Izzariyya, Abu Dis e Sheikh Sa’ad ricevono ‘ordini militari’ che annunciano la confisca di 490 dunums di terre coltivate per la costruzione della “barriera di separazione”.
10 agosto – Caccia dell’aviazione israeliana bombardano la periferia del villaggio libanese di Tair Harfa nel Libano meridionale, per intercettare l’artiglieria anti-aerea di Hezbollah. Il ministro degli esteri Silvan Shalom intima al Libano e alla Siria di fermare Hezbollah lanciando una chiara minaccia di guerra.
11 agosto – Aerei israeliani sorvolano a bassa quota Beirut, infrangendo la barriera del suono.
13 agosto – I residenti dei villaggi palestinesi di Sur Baher, Jabal Al-Mukabber e Sawahreh Ash-Sharqiyya ricevono ‘ordini militari’ che annunciano la confisca di 173 dunums di terre coltivate per la costruzione della “barriera di separazione”.
14 agosto – La Commissione ONU per l’abolizione della discriminazione razziale approva all’unanimità una risoluzione intimando a Israele di revocare la sua nuova legge che nega la cittadinanza o la residenza permanente ai palestinesi che sposano cittadini israeliani.
16 agosto – Un jet militare israeliano sorvola la residenza estiva del presidente siriano, Bashar Assad, inviando così un messaggio intimidatorio alla Siria.
17 agosto – L’esercito israeliano avvia i lavori per la costruzione di due basi militari permanenti nella città cisgiordana di Hebron, in due ‘zone A’, ovvero a sovranità palestinese. Le due basi, in grado di accogliere un numero ridotto di militari, si trovano sulle colline di Abu Sneina e Harat al-Sheikh, che dominano le abitazioni dei coloni ebraici nel centro della città. È la prima volta che l’esercito costruisce basi permanenti nelle ‘zone A’.
18 agosto – Solo nel corso dell’ultima settimana Israele ha distrutto più di 60 edificazioni (abitazioni, muri, baracche) nell’area di Gerusalemme col pretesto che erano costruite senza regolare licenza.
20 agosto – Il Gabinetto di Sicurezza israeliano approva il nuovo tracciato del piano “Avvolgere Gerusalemme”, come parte della “barriera di separazione” che interesserà terreni palestinesi della città di Beit Sahour e del villaggio di Izzariyya (Gerusalemme). Il tracciato non è stato reso pubblico.
22 agosto – Le forze armate israeliane ripristinano il blocco della strada principale, che attraversa la Striscia di Gaza da nord a sud, tagliandola di fatto in tre. Sono intanto ripresi i raid e gli ‘omicidi mirati’ su tutta la Striscia.
24 agosto – I residenti dei villaggi palestinesi di Beit Iksa, Beit Surik e Qalunya ricevono ‘ordini militari’ che annunciano la confisca di 1.628 dunums di terre coltivate per la costruzione della “barriera di separazione”. Ad Abu Dis l’esproprio è di altri 45 (il tutto sempre nell’area di Gerusalemme).
6 settembre – Lo sceicco Ahmed Yassin, leader di Hamas, viene ferito ad un braccio in un raid ‘mirato’.
10 settembre – Ahmed Qurei (Abu Ala) sostituisce Mahmud Abbas (Abu Mazen) nel posto di primo ministro palestinese.
11 settembre – Il Consiglio degli Ambasciatori dell’UE inserisce ufficialmente Hamas nell’elenco delle organizzazioni terroristiche.
Il governo israeliano adotta la ‘decisione di principio’ di espellere ‘forzosamente’ il presidente palestinese Yasser Arafat.
12 settembre – La polizia israeliana fa irruzione sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme e lancia gas lacrimogeni e granate assordanti per disperdere i dimostranti palestinesi.
13 settembre – Sale ad almeno 3.478 il numero delle persone rimaste uccise fin dall’inizio della rivolta tuttora in corso e nota come ‘Intifada di Al-Aqsa’, fine settembre 2000: 2.596 erano palestinesi e 819 israeliani.
Israele respinge l’invito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che si è espresso contro l’espulsione del presidente palestinese Yasser Arafat.
15 settembre – I bulldozer israeliani spianano diverse centinaia di dunums di terre coltivate nell’area di Gerusalemme per la costruzione della “barriera di separazione”.
16 settembre – Gli Stati Uniti pongono il veto, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ad una nuova risoluzione in cui si chiede a Israele di non espellere Yasser Arafat e di garantire la sua incolumità.
19 settembre – L’Assemblea Generale dell’ONU approva la risoluzione che chiede ad Israele la revoca della decisione del principio di espellere Arafat. Le risoluzioni dell’Assemblea Generale hanno valore di raccomandazioni e non sono vincolanti come i pronunciamenti del Consiglio di Sicurezza.
21 settembre – Diecimila pacifisti israeliani manifestano in Piazza Rabin a Tel Aviv contro Sharon e contro il muro, per lo smantellamento degli insediamenti nei Territori Occupati e per la fine degli omicidi mirati.
24 settembre – In seguito a pressioni diplomatiche internazionali, la Corte Suprema belga pone fine ai suoi tentativi di perseguire i leader stranieri per crimini di guerra, compreso quindi il primo ministro israeliano Ariel Sharon per il massacro di Sabra e Chatila del 1982 e l’ex presidente statunitense Bush Sr. per i crimini durante la prima Guerra del Golfo del 1991.
25 settembre – 27 piloti della Forza Aerea Israeliana rifiutano di condurre attacchi aerei aldilà della Linea Verde.
30 settembre – L’ONU, in un rapporto, denuncia il “Muro” di Israele come un tentativo di annessione di “sostanziose porzioni” dei territori palestinesi e pertanto “atto illegale di conquista”. “Israele è determinato a creare una situazione sul terreno che equivale a un’annessione di fatto” e questo rappresenta una violazione della carta dell’ONU e della quarta convenzione di Ginevra. La barriera di separazione che Israele sta erigendo lungo il confine con la Cisgiordania viene costruita in territorio palestinese e ne ingloba ampie zone. Il suo obbiettivo principale è quello di proteggere gli insediamenti. “Oltre 210mila palestinesi saranno seriamente colpiti dalla costruzione del muro: coloro che vivono fra il Muro e la Linea Verde, il confine con la Cisgiordania stabilito nel 1967, saranno di fatto isolati dalle loro terre e dai propri posti di lavoro, scuole, ospedali ed altri servizi sociali”.
1° ottobre – Il Gabinetto Israeliano dà via libera (nonostante le critiche di gran parte della comunità internazionale) alla realizzazione della prossima sezione della barriera di separazione: il nuovo tracciato si estende da Elkana alla base militare di Ofer (appena a nord di Gerusalemme) a est degli insediamenti di Ariel e di Kedumin. Attorno alla popolosa colonia di Ariel sarà eretta un’ulteriore barriera, per ora non collegata direttamente a quella principale.
2 ottobre – L’esercito israeliano firma il nuovo ordine militare n. 378, che dichiara le terre (situate tra la barriera di separazione e la Linea Verde) territorio “chiuso” e stabilisce che “nessuna persona vi può entrare e nessuno può restarvi”. Il libero accesso è garantito solo agli israeliani, invece i palestinesi residenti in questa zona, o che vi possiedono terreni agricoli, avranno bisogno di permessi speciali per vivere nelle loro case, per coltivare le loro terre e per viaggiare. L’area in questione rappresenta il 2% della Cisgiordania e vi risiedono circa 14.000 palestinesi. Inoltre diverse migliaia di palestinesi vi possiedono delle terre.
5 ottobre – Primo attacco israeliano in territorio siriano dal 1982: l’aviazione israeliana colpisce un presunto campo di addestramento palestinese della Jahad Islamica a Ein Zaheb, a poche decine di chilometri da Damasco.
6 ottobre – Incidenti di frontiera fra Israele e il Libano. L’aviazione israeliana bombarda la periferia settentrionale della città libanese di Kfar Shouba, vicino al confine.
7 ottobre – Sale la tensione fra Israele e Libano.
8 ottobre – Il ministro della Difesa Shaul Mofaz ordina “un immediato rafforzamento delle truppe israeliane, regolari e di riserva” in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
10/12 ottobre – Un pesante attacco “Operazione giorno incantato” contro Rafah ed il suo campo profughi, all’estrema punta meridionale della Striscia di Gaza, una delle località più miserevoli dei Territori Occupati. Le truppe israeliane distruggono almeno un centinaio d’abitazioni nel campo profughi lasciando senza tetto almeno 2.500 persone e facendo 8 morti. Il campo profughi di Rafah contava già prima dell’incursione 6.000 senzatetto a conseguenza dei precedenti raid.
12 ottobre – Un accordo di pace dettagliato viene ratificato ad Amman tra alcuni palestinesi guidati da Yasser Abed Rabbo ed alcuni israeliani con a capo Yossi Beilin. Sarà firmato il 1° dicembre a Ginevra.
14 ottobre – Le forze israeliane trasferiscono illegalmente 18 detenuti palestinesi dalla Cisgiordania alla Striscia di Gaza. Il governo israeliano invoca l’articolo 78 della Convenzione di Ginevra, che permette ad una potenza occupante di “assegnare la residenza” nei casi in cui sia a rischio la sicurezza.
Gli USA bloccano con il veto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che condanna Israele per la costruzione della barriera di separazione.
20 ottobre – Nel suo rapporto annuale l’Istituto per gli Studi Israeliani di Gerusalemme rende noto che nel corso dell’ultimo decennio 164.400 israeliani (soprattutto ebrei laici) hanno lasciato la città di Gerusalemme e solo 97.300 israeliani (soprattutto ebrei religiosi) sono venuti ad abitarvi. Nel 2002, sono 16.400 gli israeliani che hanno lasciato la città e solo 9.700 quelli che sono venuti a viverci. La popolazione totale di Gerusalemme è di 680.400 abitanti: gli israeliani sono il 67% ed i palestinesi il 33%. La popolazione araba, ad ogni modo, risulta molto più giovane di quella israeliana.
21 ottobre – I bulldozer israeliani spianano 200 dunums di terre coltivate a As-Sawahreh Ash-Sharqiyya sradicando circa 500 piante d’ulivo. L’aviazione israeliana continua a bombardare la Striscia di Gaza. È di almeno 14 morti e 106 feriti il bilancio della serie di raid sferrati nelle ultime 24 ore da Israele.
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva una risoluzione che condanna Israele per le sue azioni illegali e chiede di “porre termine alla costruzione del muro nei Territori Occupati palestinesi”, definendo tale barriera “contraria” alle leggi internazionali.
23 ottobre – Il ministro dell’Edilizia israeliano approva la costruzione di 333 nuove unità abitative negli insediamenti. Dall’inizio dell’anno sono state costruite 1.727 nuove unità abitative, di cui 1.326 nell’area di Gerusalemme.
25 ottobre – Ariel Sharon annuncia la costruzione di un’altra barriera di separazione nella parte est della Cisgiordania annettendosi così una parte della valle del Giordano. Il muro dalla parte ovest della Cisgiordania e attorno a Gerusalemme, che ha già raggiunto quasi i 180 km, dovrebbe esser completato entro un anno. Entra nei Territori Occupati nel 1967 con una profondità anche di 20 chilometri inglobando la maggior parte degli insediamenti (in particolare quello di Ariel con i suoi 18.000 abitanti).
4 novembre – Un nuovo regolamento dell’esercito israeliano stanziato presso l’insediamento di Netzarim (nella Striscia di Gaza) concede ai soldati il diritto di ‘sparare per uccidere’ i palestinesi scoperti ad osservare le attività israeliane col binocolo.
5 novembre – I coloni israeliani sradicano circa mille alberi in tre villaggi della Cisgiordania, vicini all’insediamento di Einabus.
8 novembre – L’ufficio di Coordinamento per i Problemi Umanitari dell’ONU (OCHA) rende noti i dati relativi all’impatto della barriera di separazione sui palestinesi: il muro segue solo per l’11% del suo tracciato la Linea Verde, requisisce il 14% della Cisgiordania e causerà sofferenze a 680.000 palestinesi.
9 novembre – Il Dipartimento di Difesa israeliano decide che la barriera ad est di Gerusalemme si spingerà in Cisgiordania per una ventina di chilometri, in direzione di Gerico annettendo così ad Israele il popoloso insediamento Ma’ale Adumim, la zona industriale di Adumim, gli insediamenti di Adam e Kfar Adumim ed i villaggi palestinesi di Hizma e Anata. Con l’ultima revisione del tracciato a nord della città, il villaggio palestinese di Ar-Ram viene separato da Gerusalemme. Una volta completata la barriera attorno alla città, saranno circa duecentomila i palestinesi di Gerusalemme Est che si troveranno fisicamente separati dal resto della Cisgiordania
Il Gabinetto israeliano approva uno scambio di prigionieri con Hezbollah: verrebbero liberati tutti i prigionieri libanesi ad eccezione di Samir Kuntar (che uccise tre israeliani nel 1979), 400 palestinesi ed un numero imprecisato di detenuti arabi. In cambio ci sarà la restituzione di un uomo d’affari israeliano (rapito nell’ottobre del 2000) e dei corpi di tre soldati israeliani.
19 novembre – Da Londra il presidente degli Stati Uniti critica la politica degli insediamenti di Israele e le umiliazioni quotidiane inflitte ai palestinesi e chiede di porre fine alla costruzione della barriera di separazione.
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta all’unanimità la Road Map come mezzo per risolvere il conflitto israelo-palestinese.
30 novembre – Il movimento palestinese di maggioranza Al-Fatah – fondato e tuttora guidato da Yasser Arafat – ritira il suo sostegno all’Iniziativa di Ginevra, simbolico patto di pace stilato da pacifisti israeliani e palestinesi, che sarà presentato ufficialmente domani.
1° dicembre – Iniziano oggi i lavori per la costruzione di un nuovo quartiere ebraico a Gerusalemme Est, in aperta violazione di quanto previsto dalla Road Map. Il governo israeliano ordina contemporaneamente all’esercito di smantellare alcuni piccoli avamposti in Cisgiordania, senza fornire dati ufficiali su quanti avamposti/insediamenti spariranno dei circa 100 costruiti illegalmente.
A Ginevra viene presentato ufficialmente il piano di pace elaborato da personalità israeliane e palestinesi. Il presidente dell’ANP Arafat appoggia l’iniziativa, e invia a Ginevra due esponenti di Al-Fatah, mentre il premier israeliano Sharon condanna apertamente il progetto ed accusa i promotori di minare il processo di pace.
9 dicembre – L’Assemblea Generale dell’ONU decide di deferire alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia la questione dell’erezione della barriera di separazione. Una eventuale decisione di questa Corte Internazionale potrebbe richiedere anche tre anni.
18 dicembre – 2.731 sono i morti palestinesi dall’inizio della seconda Intifada, cioè dalla fine di settembre del 2000, 854 gli israeliani.
31 dicembre – La commissione interministeriale per la colonizzazione israeliana decide di aumentare del 50% la popolazione degli insediamenti agricoli delle Alture del Golan (tolte alla Siria nella guerra del ’67). Approva un piano di costruzione accelerata di 900 case, portando così la popolazione dei coloni da 10.500 a 15.000.

* la cronologia va aggiornata dal 2003 ad oggi!

Risoluzioni ONU mai rispettate dallo Stato d’Israele:

 

Risoluzione181
Assemblea Generale ONU – 29 Novembre 1947

La prima sulla questione Mediorientale che suddivide la Palestina in due Stati: uno Arabo ed uno Ebraico.

È divisa in 3 parti.

Parte 1: Futura costituzione e governo della palestina
La UN General Assembly prende nota che il piano di evacuazione della Palestina si completerà il 1° Agosto 1948. Chide agli abitanti della Palestina di venire incontro quanto necessario perché questo pinano si porti a compimento. Fa appello ai governi ed alla gente di frenare ogni atto o azione che potrebbe compromettere le note suddette..
Autorizza il Segretario Generale di prelevare dal Working Capital Fund una somma non superiore ai 2,000,000 dollari per le risoluzioni nello scorso paragrafo e per il futuro governo della Palestina.
Nelle sezioni A e B tratta della partizione e dell’indipendenza della Palestina: I regolamenti sulle elezioni di ogni stato saranno stesi dal Consiglio Provvisorio e approvati dall’Assemblea su linee democratiche. Per queste elezioni le persone sopra i 18 anni cittadini residenti nello stato ebraico della Palestina e nello stato Arabo saranno tenuti a votare ciascuno rispettivamente nei loro stati. Anche le donne possono votare e possono essere elette all’Assemblea Costituente.
La sezione C comprende le dichiarazioni:
Nel capitolo 1: Si dovrà preservare la libertà di transito e visita per tutti i cittadini degli altri stati della Palestina, della città di Gerusalemme e di tutti i luoghi Santi e gli edifici religiosi.
Nel capitolo 2: Ogni stato dovrà avere una costituzione democratica nella quale si garantisce che a tutte le persone siano concessi uguali diritti civili, politici, economici e religiosi unendo a questi i diritti umani e la fondamentale libertà di religione, lingua, parola e stampa, educazione, assemblea e associazione.
Nel Capitolo 3: si tratta della cittadinanza e delle costrizioni economiche di commercio secondo le quali Israele e gli Stati Arabi si dovranno attenere ad una corte per le dispute commerciali facendo riferimento all’U.K.
Nella sezione D vengono risolti l’unione economica e il transito (fra le dogane e per i cambi monetari, sulle strade e vie di comunicazione) tra i vari Stati. Non ci dovranno essere discriminazioni per avere un comune interesse al mantenimento delle vie di comunicazione.
Nella sezione E si definiscono glia assetti dei luoghi destinati da ospitare i rispettivi governi dello Stato Arabo e dello Stato Ebraico nella città di Gerusalemme.
Nella sezione F si stabilisce l’ammissione di una delegazione di rappresentanza dei governi nelle UN.

Parte 2: Confini
Nella sezione A si definiscono per filo e per segno i confini dello Stato Arabo con riferimento a tutte le città comprese ed i distretti annessi.
Nella sezione B, a loro volta quelli dello stato Ebraico.

Parte 3: Città di Gerusalemme
Nella sezione A si definisce che la città di Gerusalemme dovrà avere uno speciale regime internazionale per un certo lasso di tempo.
Nella sezione B si definiscono i confini interni ed esterni della città.
Nella C si stabilisce uno statuto per la città per la legislazione interna e la sicurezza e amministrazione locale. Inoltre vengono confermati ulteriormente il diritto di libero transito per tutti gli abitanti e gli stranieri. Anche i luoghi di culto sono preservati con libero accesso e piena libertà di culto e religione.

[tratto da http://MondeDiplo.com/focus/mideast/reso181-en]

 

Risoluzione 194
Assemblea Generale ONU – 11 Dicembre 1948

Nel comma 3 si legge: Una commissione composta da Cina, Francia, Unione Sovietica, U.K. e USA deve decidere i nomi dei tre Stati che costituiranno la Conciliation Commision.
Nel comma 7: Tutti i luoghi Santi, inclusa Nazareth, edifici religiosi situati in Palestina devono essere protetti ed avere libero accesso in accordo con i diritti esistenti ed il percorso storico attuale, sotto la supervisione delle UN
Nel comma 8: La Conciliation Commission è autorizzata ad indicare uno stato delle UN rappresentativo che coopererà con le autorità locali rispettando l’amministrazione dell’area di Gerusalemme. Autorizza la libera possibilità di accedere a Gerusalemme su strada, ferrovia, o aereo accordandosi con tutti gli abitanti della Palestina. Investe inoltre la Conciliation Commission di fare rapporto immediato al Consilio di questo diritto, ed ogni attentato da parte di qualsiasi partito che impedisca l’accesso.
Nel comma 11: Il Cosiglio stabilisce che i rifugiati dovrebbero tornare alle loro case e vivere in pace con i loro vicini e di dover far questo nel più breve tempo possibile.

[tratto da http://MondeDiplo.com/focus/mideast/reso194-en]

Risoluzione 242
Consiglio di Sicurezza ONU – 22 Novembre 1967

Afferma che il compimento dei principi della Carta richiede l’istaurarsi di una pace giusta e duratura in Medio Oriente che dovrebbe comprendere l’applicazione dei due seguenti principi:
a) ritiro delle forze israeliane dai territori occupati nel corso del recente conflitto;
b) cessazione di ogni dichiarazione di belligeranza, rispetto e riconoscimento della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica di ogni stato della regione e del loro diritto a vivere in pace all’interno di frontiere sicure e riconosciute, al riparo dalla minaccia di atti di forza.

Afferma inoltre la necessità:
a) di garantire la libertà di navigazione sulle vie d’acqua internazionali della regione,
b) di arrivare ad una equa regolamentazione del problema dei profughi,
c) di garantire l’inviolabilità territoriale e l’indipendenza politica di ogni stato della regione, attraverso misure comprendenti la formazione di zone smilitarizzate.

[tratto da http://MondeDiplo.com/focus/mideast/reso242-en]

Risoluzione 338
Consiglio di Sicurezza ONU – 22 Ottobre 1973

Chiede a tutte le parti di terminare ogni conflitto o attività militare immediatamente, con 12 ore al massimo di tempo. Con la cessazione dei conflitti partirà un negoziato fra le due parti per stabilire una pace duratura nel Medio Oriente.

[tratto da http://MondeDiplo.com/focus/mideast/reso338-en]

1951 – 2002

72 Risoluzioni ONU
che condannano Israele
mai applicate

Le risoluzioni sono citate per numero e data. In estratto se ne illustra il contenuto.

1) RISOLUZIONE N. 93 (18 MAGGIO 1951)
Il CS decide che ai civili arabi che sono stati trasferiti dalla zona smilitarizzata dal governo di Israele deve essere consentito di tornare immediatamente nelle loro case e che la Mixed Armistice Commission deve supervisionare il loro ritorno e la loro reintegrazione nelle modalita’ decise dalla Commissione stessa.

2) RISOLUZIONE N. 101 (24 NOVEMBRE 1953)
Il CS ritiene che l’azione delle forze armate israeliane a Qibya del 14-15 ottobre 1953 e tutte le azioni simili costituiscano una violazione del cessate-il-fuoco (risoluzione 54 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU); esprime la più forte censura per questa azione, che può pregiudicare le possibilità di soluzione pacifica; chiama Israele a prendere misure effettive per prevenire tali azioni.

3) RISOLUZIONE N. 106 (29 MARZO 1955)
Il CS osserva che un attacco premeditato e pianificato ordinato dalle autorità israeliane e’ stato commesso dalle forze armate israeliane contro le forze armate egiziane nella Striscia di Gaza il 28 febbraio 1955 e condanna questo attacco come una violazione del cessate-il-fuoco disposto dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

4) RISOLUZIONE N. 111 (19 GENNAIO 1956)
Il CS ricorda al governo israeliano che il Consiglio ha già condannato le azioni militari che hanno rotto i Trattati dell’Armistizio Generale e ha chiamato Israele a prendere misure effettive per prevenire simili azioni; condanna l’attacco dell’11 dicembre 1955 sul territorio siriano come una flagrante violazione dei provvedimenti di cessate-il-fuoco della risoluzione 54 (1948) e degli obblighi di Israele rispetto alla Carta delle NazioniUnite; esprime grave preoccupazione per il venire meno ai propri obblighi da parte del governo israeliano.

5) RISOLUZIONE N. 127 (22 GENNAIO 1958)
Il CS raccomanda ad Israele di sospendere la “zona di nessuno” a Gerusalemme.

6) RISOLUZIONE N. 162 (11 APRILE 1961)
Il CS chiede urgentemente ad Israele di rispettare le decisioni delle Nazioni Unite.

7) RISOLUZIONE N. 171 (9 APRILE 1962)
Il CS riscontra le flagranti violazioni operate da Israele nel suo attacco alla Siria.

8) RISOLUZIONE N. 228 (25 NOVEMBRE 1966)
Il CS censura Israele per il suo attacco a Samu, in Cisgiordania, sotto il controllo giordano.

9) RISOLUZIONE N. 237 (14 GIUGNO 1967)
Il CS chiede urgentemente a Israele di consentire il ritorno dei nuovi profughi palestinesi del 1967.

10) RISOLUZIONE N. 248 (24 MARZO 1968)
Il CS condanna Israele per il suo attacco massiccio contro Karameh, in Giordania.

11) RISOLUZIONE N. 250 (27 APRILE 1968)
Il CS ingiunge a Israele di astenersi dal tenere una parata militare a Gerusalemme.

12) RISOLUZIONE N. 251 (2 MAGGIO 1968)
Il CS deplora profondamente la parata militare israeliana a Gerusalemme, in spregio alla risoluzione 250.

13) RISOLUZIONE N. 252 (21 MAGGIO 1968)
Il CS dichiara non valido l’atto di Israele di unificazione di Gerusalemme come capitale ebraica.

14) RISOLUZIONE N. 256 (16 AGOSTO 1968)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro la Giordania come flagranti violazioni.

15) RISOLUZIONE N. 259 (27 SETTEMBRE 1968)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di accettare una missione dell’ONU che verifichi lo stato di occupazione.

16) RISOLUZIONE N. 262 (31 DICEMBRE 1968)
Il CS condanna Israele per l’attacco all’aeroporto di Beirut.

17) RISOLUZIONE N. 265 (1 APRILE 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei su Salt in Giordania.

18) RISOLUZIONE N. 267 (3 LUGLIO 1969)
Il CS censura Israele per gli atti amministrativi tesi a cambiare lo status di Gerusalemme.

19) RISOLUZIONE N. 270 (26 AGOSTO 1969)
Il CS condanna Israele per gli attacchi aerei sui villaggi del Sud del Libano.

20) RISOLUZIONE N. 271 (15 SETTEMBRE 1969)
Il CS condanna Israele per non aver obbedito alle risoluzioni dell’ONU su Gerusalemme.

21) RISOLUZIONE N. 279 (12 MAGGIO 1969)
Il CS chiede il ritiro delle forze israeliane dal Libano.

22) RISOLUZIONE N. 280 (19 MAGGIO 1969)
Il CS condanna gli attacchi israeliani contro il Libano.

23) RISOLUZIONE N. 285 (5 SETTEMBRE 1970)
Il Cs chiede l’immediato ritiro israeliano dal Libano.

24) RISOLUZIONE N. 298 (25 SETTEMBRE 1971)
Il CS deplora che Israele abbia cambiato lo status di Gerusalemme.

25) RISOLUZIONE N. 313 (28 FEBBRAIO 1972)
Il CS chiede che Israele ponga fine agli attacchi contro il Libano.

26) RISOLUZIONE N. 316 (26 GIUGNO 1972)
Il CS condanna Israele per i ripetuti attacchi sul Libano.

27) RISOLUZIONE N. 317 (21 LUGLIO 1972)
Il CS deplora il rifiuto di Israele di rilasciare gli Arabi rapiti in Libano.

28) RISOLUZIONE N. 332 (21 APRILE 1973)
Il CS condanna i ripetuti attacchi israeliani contro il Libano.

29) RISOLUZIONE N. 337 (15 AGOSTO 1973)
Il CS condanna Israele per aver violato la sovranità del Libano.

30) RISOLUZIONE N. 347 (24 APRILE 1974)
Il CS condanna gli attacchi israeliani sul Libano.

31) RISOLUZIONE N. 425 (19 MARZO 1978)
Il CS ingiunge a Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

32) RISOLUZIONE N. 427 (3 MAGGIO 1979)
Il CS chiama Israele al completo ritiro delle proprie forze dal Libano.

33) RISOLUZIONE N. 444 (19 GENNAIO 1979)
Il CS deplora la mancanza di cooperazione di Israele con il contingente di peacekeeping dell’ONU.

34) RISOLUZIONE N. 446 (22 MARZO 1979)
Il CS determina che gli insediamenti israeliani sono un grave ostacolo alla pace e chiama Israele al rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra.

35) RISOLUZIONE N. 450 (14 GIUGNO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di porre fine agli attacchi contro il Libano.

36) RISOLUZIONE N. 452 (20 LUGLIO 1979)
Il CS ingiunge a Israele di smettere di costruire insediamenti nei territori occupati.

37) RISOLUZIONE N. 465 (1 MARZO 1980)
Il CS deplora gli insediamenti israeliani e chiede a tutti gli stati membri di non sostenere il programma di insediamenti di Israele.

38) RISOLUZIONE N. 467 (24 APRILE 1980)
Il CS deplora con forza l’intervento militare israeliano in Libano.

39) RISOLUZIONE N. 468 (8 MAGGIO 1980)
Il CS ingiunge a Israele di annullare le espulsioni illegali di due sindaci e un giudice palestinesi, e di facilitare il loro ritorno.

40) RISOLUZIONE N. 469 (20 MAGGIO 1980)
Il CS deplora con forza la non osservanza da parte di Israele dell’ordine di non deportare Palestinesi.

41) RISOLUZIONE N. 471 (5 GIUGNO 1980)
Il CS esprime grave preoccupazione per il non rispetto da parte di Israele della Quarta Convenzione di Ginevra.

42) RISOLUZIONE N. 476 (30 GIUGNO 1980)
Il CS ribadisce che le rivendicazioni israeliane su Gerusalemme sono nulle.

43) RISOLUZIONE N. 478 (20 AGOSTO 1980)
Il CS censura con la massima forza Israele per le rivendicazioni su Gerusalemme contenute nella sua “Legge Fondamentale”.

44) RISOLUZIONE N. 484 (19 DICEMBRE 1980)
Il CS formula l’imperativo che Israele riammetta i due sindaci palestinesi deportati.

45) RISOLUZIONE N. 487 (19 GIUGNO 1981)
Il CS condanna con forza Israele per l’attacco alle strutture nucleari dell’Iraq.

46) RISOLUZIONE N. 497 (17 DICEMBRE 1981)
Il CS dichiara nulla l’annessione israeliana delle Alture del Golan e chiede ad Israele di annullare immediatamente la propria decisione.

47) RISOLUZIONE N. 498 (18 DICEMBRE 1981)
Il CS ingiunge a Israele di ritirarsi dal Libano.

48) RISOLUZIONE N. 501 (25 FEBBRAIO 1982)
Il CS ingiunge a Israele di interrompere gli attacchi contro il Libano e di ritirare le sue truppe.

49) RISOLUZIONE N. 509 (6 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue forze dal Libano.

50) RISOLUZIONE N. 515 (19 GIUGNO 1982)
Il CS chiede che Israele tolga l’assedio a Beirut e consenta l’entrata di rifornimenti alimentari.

51) RISOLUZIONE N. 517 (4 AGOSTO 1982)
Il CS censura Israele per non aver ubbidito alle risoluzioni dell’ONU e chiede ad Israele di ritirare le sue forze dal Libano.

52) RISOLUZIONE N. 518 (12 AGOSTO 1982)
Il CS chiede ad Israele piena cooperazione con le forze dell’ONU in Libano.

53) RISOLUZIONE N. 520 (17 SETTEMBRE 1982)
Il CS condanna l’attacco israeliano a Beirut Ovest.

54) RISOLUZIONE N. 573 (4 OTTOBRE 1985)
Il Cs condanna vigorosamente Israele per i bombardamenti su Tunisi durante l’attacco al quartier generale dell’OLP.

55) RISOLUZIONE N. 587 (23 SETTEMBRE 1986)
Il CS ricorda le precedenti richieste affinché Israele ritirasse le sue forze dal Libano e chiede con urgenza a tutte le parti di ritirarsi.

56) RISOLUZIONE N. 592 (8 DICEMBRE 1986)
Il CS deplora con forza l’uccisione di studenti palestinesi dell’Università’ di Bir zeit ad opera delle truppe israeliane.

57) RISOLUZIONE N. 605 (22 DICEMBRE 1987)
Il CS deplora con forza le politiche e le pratiche israeliane che negano i diritti umani dei Palestinesi.

58) RISOLUZIONE N. 607 (5 GENNAIO 1988)
Il CS ingiunge a Israele di non deportare i Palestinesi e gli chiede con forza di rispettare la Quarta Convenzione di Ginevra.

59) RISOLUZIONE N. 608 (14 GENNAIO 1988)
Il CS si rammarica profondamente che Israele abbia sfidato l’ONU e deportato civili palestinesi.

60) RISOLUZIONE N. 636 (14 GIUGNO 1989)
Il CS si rammarica profondamente della deportazione di civili palestinesi da parte di Israele.

61) RISOLUZIONE N. 641 (30 AGOSTO 1989)
Il CS deplora che Israele continui nelle deportazioni di Palestinesi.

62) RISOLUZIONE N. 672 (12 OTTOBRE 1990)
Il CS condanna Israele per violenza contro i Palestinesi a Haram al-Sharif/Tempio della Montagna.

63) RISOLUZIONE N. 673 (24 OTTOBRE 1990)
Il CS deplora il rifiuto israeliano di cooperare con l’Onu.

64) RISOLUZIONE N. 681 (20 DICEMBRE 1990)
Il CS deplora che Israele abbia ripreso le deportazioni di Palestinesi.

65) RISOLUZIONE N. 694 (24 MAGGIO 1991)
Il CS deplora la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele e ingiunge ad Israele di assicurare loro un sicuro e immediato ritorno.

66) RISOLUZIONE N. 726 (6 GENNAIO 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di Palestinesi ad opera di Israele.

67) RISOLUZIONE N. 799 (18 DICEMBRE 1992)
Il CS condanna con forza la deportazione di 413 Palestinesi da parte di Israele e chiede il loro immediato ritorno.

68) RISOLUZIONE N. 904 (18 MARZO 1994)
Il CS: sconcertato dallo spaventoso massacro commesso contro fedeli palestinesi nella Moschea Ibrahim di Hebron il 25 febbraio 1994, durante il Ramadan; gravemente preoccupato dai conseguenti incidenti nei territori palestinesi occupati come risultato del massacro, che evidenzia la necessità di assicurare protezione e sicurezza al popolo palestinese; prendendo atto della condanna di questo massacro da parte della comunità internazionale; riaffermando le importanti risoluzioni sulla applicabilità della Quarta Convenzione di Ginevra ai territori occupati da Israele nel giugno 1967, compresa Gerusalemme, e le conseguenti responsabilità israeliane, condanna con forza il massacro di Hebron e le sue conseguenze, che hanno causato la morte di oltre 50 civili palestinesi e il ferimento di altre centinaia e ingiunge ad Israele, la potenza occupante, di applicare misure che prevengano atti illegali di violenza da parte di coloni israeliani, come tra gli altri la confisca delle armi.

69) RISOLUZIONE N. 1402 (30 MARZO 2002)
Il CS alle truppe israeliane di ritirarsi dalle città palestinesi, compresa Ramallah.

70) RISOLUZIONE N. 1403 (4 APRILE 2002)
Il CS chiede che la risoluzione 1402 (2002) sia applicata senza ulteriori ritardi.

71) RISOLUZIONE N. 1405 (19 APRILE 2002)
Il CS chiede che siano tolte le restrizioni imposte, soprattutto a Jenin, alle operazioni delle organizzazioni umanitarie, compreso il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Agenzia dell’ONU per l’Assistenza e il Lavoro per i Profughi Palestinesi in Medio Oriente (Unrwa).

72) RISOLUZIONE N. 1435 (24 SETTEMBRE 2002)
Il CS chiede che Israele ponga immediatamente fine alle misure prese nella città di Ramallah e nei dintorni, che comprendono la distruzione delle infrastrutture civili e di sicurezza palestinesi; chiede anche il rapido ritiro delle forze di occupazione israeliane dalle città palestinesi e il loro ritorno alle posizioni tenute prima di settembre 2000.

[fonte: Paul Findley, Deliberate Deceptions: Facing the Facts about the US/Israeli Relationship (Chicago: Lawrence Hill, 1993)]

* le risoluzioni (mai rispettate e/o entrate in vigore) sono più di cento se vengono conteggiate quelle varate dal 2002 ad oggi!