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Prigionieri palestinesi: continua lo sciopero della fame nelle carceri sioniste

Nelle ultime ore in Palestina è aumentato il fermento dopo la notizia dell’entrata di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, in sciopero della fame, […]

Nelle ultime ore in Palestina è aumentato il fermento dopo la notizia dell’entrata di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, in sciopero della fame, in appoggio a quello portato avanti da ormai 47 giorni dal prigioniero Bilal Kayed.

 

Chi è Bilal Kayed?

Bilal, 35 anni, è un prigioniero politico palestinese arrestato dalle forze sioniste il 14 dicembre 2001, con l’accusa di appartenere al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e di aver portato avanti azioni di resistenza contro le forze militari sioniste.

Dopo oltre due mesi passati in interrogazione, non avendo fornito confessione alcuna, la corte militare sionista lo condanna a scontare 14 anni e 6 mesi di carcere. Durante il suo periodo di reclusione viene più volte trasferito di carcere in carcere, da quello di Majeddo a Hadarim, da Jalbu’a a Remon, Bir as-Sabe’e, Asqalan e Nafha.

Bilal partecipa alle lotte dei prigionieri all’interno delle carceri sioniste, è parte attiva degli scioperi, e delle iniziative culturali, e porta avanti queste attività all’interno della sezione carceraria del FPLP; cura le relazioni con le altre forze nazionali ed islamiche presenti nelle carceri e partecipa allo sciopero della fame del 2004 (durato 18 giorni); fu anche uno degli organizzatori dello sciopero della fame portato avanti nel settembre del 2011 (durato 21 giorni) dalla sezione carceraria del FPLP contro la politica dell’isolamento, di quello dell’aprile 2012 (durato 28 giorni), e dei due scioperi nel carcere di Majiddo portati avanti nel 2015 e 2016 contro l’isolamento e l’abolizione delle visite dei famigliari.

Durante il mese di febbraio del 2012 suo padre viene stroncato dalla malattia: a quest’ultimo le autorità carcerarie sioniste poco prima della sua morte, come misura punitiva, gli impediscono di far visita a Bilal. Qualche mese dopo, più precisamente nell’agosto del 2012, Bilal viene trasferito in isolamento.

Una volta scontati i 14 anni e mezzo di pena, arrivata la data fissata per la sua scarcerazione, lo scorso 13 giugno 2016, non viene rilasciato ma condannato a scontare ulteriori 6 mesi sotto regime di detenzione amministrativa.

 

La detenzione amministrativa

Adottata dalle autorità sioniste contro la popolazione palestinese, non è una pratica di recente acquisizione.

In uso sia nei territori occupati sotto giurisdizione sionista che quelli della Cisgiordania e Gaza, poggia le proprie fondamenta sull’articolo 111 della legge sullo Stato di Emergenza del Mandato Britannico emanata nel settembre del 1945.

Le autorità sioniste iniziarono ad adottare in modo sistematico questa pratica con l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel 1967.

A partire dal 1977 si registrò una diminuzione esponenziale nell’utilizzo della detenzione amministrativa a seguito di pressioni interne ed esterne; questo portò nel 1980 all’abbandono momentaneo di questa pratica. Il 2 marzo del 1982 veniva rilasciato Ali ‘Awad al-Jamal, l’ultimo prigioniero palestinese in regime di detenzione amministrativa sotto cui aveva scontato sei anni e nove mesi di carcere senza che gli venisse imputata alcuna accusa e senza aver avuto il diritto di difendersi dinnanzi a una corte (venne condannato agli arresti domiciliari sino febbraio del 1984).

Le autorità sioniste dichiararono il ritorno a tale misura punitiva il 4 agosto 1985, nel periodo della cosiddetta “stretta d’acciaio”. Con lo scoppio della Prima Intifada, l’8 dicembre 1987, vi fu un altro incremento notevole nell’uso di questa pratica, riscontrabile dal grande numero di palestinesi incarcerati senza accuse né processo. A partire dall’anno successivo le autorità sioniste introdussero una serie di “migliorie” a tale pratica, come il decreto 1228 del 17 marzo 1988, che estendeva anche ad ufficiali e soldati di basso rango il potere di rilasciare l’ordine di arresto amministrativo fino a quel momento di competenza dei responsabili di zona. Di conseguenza il numero di detenuti amministrativi raggiunse un numero talmente elevato da spingere le autorità sioniste ad aprire il carcere di “Ansar 3” nel deserto del Naqab per riuscire a contenerli tutti.

I prigionieri palestinesi in regime di detenzione amministrativa vivono una realtà difficile; viene negato loro anche il diritto di essere al corrente delle motivazioni dell’arresto. Le autorità sioniste giustificano tutto ciò con l’esistenza di un fascicolo a proprio carico il cui contenuto è secretato per motivi di sicurezza nazionale. Di conseguenza il prigioniero non ha la possibilità di conoscere né l’imputazione né tantomeno la pena da scontare.

Spesso il prigioniero amministrativo si vede prolungare o rinnovare, anche più volte in modo continuativo, la pena di ulteriori tre, sei, talvolta otto mesi (in alcuni casi anche di un anno); questa dinamica comporta un elevato numero di prigionieri che hanno scontato anche più di 4 anni consecutivi in regime amministrativo.

Questo regime di detenzione ha colpito palestinesi di tutte le età, anziani, giovani, minorenni, donne, ecc. Il numero di detenuti amministrativi varia molto velocemente con il tempo: nel 1989, durante la Prima Intifada, arrivò a 1794; nel maggio del 2009 invece è arrivato a 560; nel 2013, con l’aumento delle lotte dei prigionieri nelle carceri, tra scioperi della fame e mobilitazioni, il numero è drasticamente sceso sino ad arrivare nel mese di dicembre 2013, secondo i dati del Ministero degli Affari dei Prigionieri e dell’Associazione del Prigioniero, a 150, ed a 183 durante il mese di febbraio 2014.

La pressione esercitata sui prigionieri amministrativi nelle carceri è la stessa che viene esercitata su tutti gli altri prigionieri palestinesi; irruzioni nelle sezioni e stanze dei prigionieri, percosse, requisizione dei beni, diverse misure punitive tra cui l’isolamento.

Da aggiungere a tutto ciò vi è il fatto che gran parte dei prigionieri amministrativi è condannato per “reati d’opinione”, o perché semplicemente hanno passato un lungo periodo di tempo in interrogazione, con annesse torture, senza che le autorità sioniste abbiano saputo strappare loro confessioni.

Anche i prigionieri con, se così si può dire, “regolare” condanna, dopo averla scontata si vedono applicare la pratica dell’arresto amministrativo come misura punitiva. In molti casi i prigionieri amministrativi vengono arrestati nuovamente poche settimane dopo, se non il giorno dopo, dalla liberazione; dovrebbe rappresentare un ulteriore deterrente per il popolo palestinese.

Solo a partire dalla Seconda Intifada sono stati rilasciati oltre 19.000 ordinanze di arresto amministrativo anche verso famigliari di detenuti in interrogazione, così da far pressione a questi per estorcere loro confessioni.

In sostanza questa pratica, adottata da quella che in Occidente viene considerata l’unica democrazia del Medio Oriente, va a violare tutta quell’infinità di ipocriti trattati, accordi e regolamenti internazionali, la cui difesa diviene priorità solamente quando assumono la funzione di “pretesto” per interventi ed aggressioni imperialiste.

 

Lo sciopero

Bilal, insieme ai suoi compagni detenuti nelle carceri sioniste, intraprende un nuovo sciopero della fame contro il suo trasferimento alla detenzione amministrativa e contro questa pratica in generale. Ricordiamo che una volta scontati i 14 anni e mezzo di pena, arrivata la data fissata per la sua scarcerazione, viene condannato a scontare ulteriori 6 mesi.

La mattina del 15 giugno Bilal quindi inizia lo sciopero della fame; questo viene affiancato da una serie di proteste fuori dalle carceri: decine di manifestazioni organizzate, di cortei spontanei e di presidi vengono portati avanti in tutte le città della Cisgiordania e della Striscia di Gaza e nei campi profughi nella diaspora.

Alla stessa maniera i prigionieri all’interno delle carceri manifestano e, in alcuni casi, ricevono i colpi della repressione delle autorità carcerarie; queste irrompono nelle sezioni, perquisiscono ed impongono misure punitive come l’isolamento.

In un comunicato rilasciato il 16 luglio, la sezione in carcere del FPLP annuncia l’adesione graduale di gruppi di altri prigionieri del FPLP allo sciopero della fame.

Domenica 17 luglio 37 prigionieri del FPLP, 10 dal carcere di Ofar, 10 da quello di Remon, 2 da quello di Eshel e 15 dalle carceri di Majeddo e Jalbu’a prendono parte allo sciopero della fame in solidarietà con Bilal Kayed.

Martedì 19 luglio altri 11 prigionieri del FPLP dal carcere del deserto di an-Naqab si uniscono allo sciopero della fame; il numero di prigionieri in sciopero insieme a Bilal diventa di 48 prigionieri.

In un comunicato della sezione del FPLP in carcere rilasciato il 24 luglio, il responsabile della sezione del FPLP nelle carceri sioniste ed il suo vice si uniscono allo sciopero della fame.

In un comunicato della sezione carceraria del FPLP si annuncia l’entrata in sciopero di altri 23 prigionieri nelle carceri di Ofar e Remon a partire da domenica 31 luglio; tra questi figura Ghassan Zawareh del campo profughi Dheishah arrestato nuovamente poche settimane fa a pochi mesi dal rilascio conquistato grazie a uno sciopero della fame durato 41 lunghi giorni.

 

Ahmad Sa’adat entra in sciopero della fame

Sabato 30 luglio, Ahmad Sa’adat, il segretario generale del FPLP entra in sciopero della fame insieme ad una serie di dirigenze incarcerate del Fronte, tra cui Ahed Abu Ghulme. Nel comunicato rilasciato il 31 luglio si legge: “Il Segretario Generale del FPLP, il compagno Ahmad Sa’adat, annuncia la sua adesione allo sciopero della fame a partire da domenica 31 luglio. Questa è una decisione strategica di un dirigente che combatte questa battaglia insieme ai suoi compagni in lotta. Il leader Sa’adat non abbandona i suoi soldati e annuncia che continuerà con lo sciopero fino a quanto il compagno Bilal non riuscirà ad avere la sua libertà”.

A poche ore dall’inizio dello sciopero di Sa’adat, le autorità carcerarie sioniste hanno trasferito il compagno Sa’adat in isolamento nel carcere di Remon. Il FPLP ha rilasciato un comunicato di condanna contro questa misura repressiva; ha condannato anche le politiche della Croce Rossa, la sua decisione di ridurre le visite dei famigliari dei prigionieri ad una sola visita al mese e l’indifferenza dimostrata nei confronti delle istanze dei prigionieri in lotta contro la negligenza medica, l’isolamento e la detenzione amministrativa.

Unione Democratica Arabo Palestinese