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Intervista a Walid Daqqa: “Gli accordi di Oslo hanno diviso i palestinesi”…

Intervista a Walid Daqqa, prigioniero politico palestinese da 34 anni nelle carceri israeliane: “Gli accordi di Oslo hanno diviso i palestinesi, il nostro popolo processerà questo gruppo dirigente. Nelle prigioni […]

Intervista a Walid Daqqa, prigioniero politico palestinese da 34 anni nelle carceri israeliane: “Gli accordi di Oslo hanno diviso i palestinesi, il nostro popolo processerà questo gruppo dirigente. Nelle prigioni israeliane stiamo subendo l’integralismo religioso ebraico la cui influenza è crescente tra i funzionari israeliani”.

 

Dopo tre decenni e quattro anni di prigione, come ricordi il giorno del tuo arresto?

La memoria è selettiva e l’oblio è una grazia. Per mantenere il proprio equilibrio, quando non sei capace di dimenticare occorre una seconda linea di difesa, si ricorre alla memoria selettiva. L’arresto è uno shock per la mente e per il corpo, è il momento in cui passi dalla libertà del corpo ad una vita dove il tuo corpo è controllato, incatenato, sequestrato e preso a calci dal tuo carceriere. In quel momento la mia mente, e forse la mia anima, stava guardando da fuori questo corpo catturato come se fosse il corpo di un’altra persona, o forse la mia mente si era rassegnata con fredda razionalità mentale a non sentirsi più responsabile di quel corpo disteso incatenato a bordo della jeep. Qualunque sforzo mentale, infatti, non avrebbe potuto evitare il dolore che i carcerieri avrebbero recato a quel corpo.

Potrebbe sorprenderti sapere cosa occupava la mia mente in quel momento: sono stato arrestato sul mio posto di lavoro e pochi minuti prima mi ero preparato una tazza di caffè solubile e mi stavo accingendo a mangiare due panini, preparati da mia madre, uno di «beta» con olio e timo e l’altro col formaggio.  Ho fatto il primo morso del panino col formaggio e prima che potessi mandarlo giù ero già stato sbattuto a terra e legato. Di quel momento la prima cosa che la mente ricorda (e la mente in momenti come quello gioca strani scherzi) è il panino, il suo sapore e mia madre che l’aveva preparato, ma non l’arresto che si stava compiendo in diretta e che perdura tutt’oggi da ben 34 anni.

 

Quante volte ti sei disperato o hai pensato che tutto fosse perduto?

“Disperazione” è una parola grossa che non mi piace e ho remore di usare. La disperazione è un lusso che nessuno come me potrà mai permettersi. Questo non vuol dire che in alcuni momenti io non abbia pianto vista la gravità dei drammi che hanno investito il nostro popolo e la nazione araba, drammi che ben possono essere sintetizzati attraverso l’immagine del bambino carbonizzato nel rifugio di al-Ameriyyah a Baghdad, o quella del corpo di una bambina recuperato dalle macerie nella periferia sud di Beirut dopo il barbaro bombardamento israeliano, in quelle dei massacri israeliani a Gaza o dell’uccisione a sangue freddo ai posti di blocco nei territori palestinesi occupati nel 1967 (Cisgiordania). Si è però trattato di soli istanti dopo i quali sono presto ritornato in me. Non penso alla prigionia nel modo in cui i miei carcerieri vorrebbero, ma come un’esperienza, uno spazio ed un punto dal quale guardare all’insieme della situazione della lotta nel mondo arabo.

 

Una volta hai detto che la prigionia è la via più terribile che l’umanità abbia concepito per punire l’uomo. Come può un prigioniero vincere questa punizione?

La prigione è un posto spregevole, ed è veramente la peggiore invenzione dell’uomo. Ma la prigionia psicologica e culturale è più pericolosa del carcere in sè. La nostra mente, infatti, può prestarsi facilmente a fare da cella e imprigionarci, anche quando si è fisicamente liberi. E sono molte le “celle” che camminano per le strade del mondo arabo. Per vincere entrambe le “prigionie” c’è bisogno di consapevolezza e educazione culturale. E su questo che si concentra l’impegno del movimento dei prigionieri. La consapevolezza e l’educazione culturale non comprendono solo la storia della Palestina, della Nakba, delle problematiche e preoccupazioni della nazione araba… che costituiscono la cultura della liberazione.

Siamo oramai consci del fatto che non sempre chi si fra portavoce dei valori della liberazione contro l’occupazione straniera sia necessariamente consapevole del valore della libertà, e che occorre anche la cultura della libertà oltre a quella della liberazione. V’è infatti una grande differenza tra liberazione e libertà: la prima è la lotta contro ciò che minaccia dall’esterno, e la seconda riguarda la lotta interna, più difficile, per costruire società e Stato. Sebbene abbiamo ottenuto la liberazione dal colonialismo israeliano, in una parte dei territori occupati nel 1967, purtroppo ciò non ha portato alla costruzione di uno Stato a causa della mancanza di libertà. Vedi, ad esempio, quanto succede sia a Gaza che a Ramallah: chi lottava per la liberazione oggi opprime il suo stesso compagno di lotta per il semplice fatto che questi esprima la propria opinione. La libertà è un valore che porta alla liberazione, ma la liberazione, quando i protagonisti della stessa non sono consapevoli del valore della libertà, è una fase di lotta che non porta alla costruzione di una società libera e di uno Stato libero. Chi ha impugnato le armi durante la lotta di liberazione difficilmente rinuncerà alla propria arma se non è consapevole del fatto che la libertà sia un valore, per lui sarebbe scontato usarla alla prima discussione con i propri alleati di lotta per la liberazione delle altre forze politiche.

In ogni caso aggiungo che, nel mio caso personale, i legami familiari hanno avuto un ruolo importante nel migliorare la mia capacità di sopportare il peso di lunghi anni di prigionia. In particolare quelli con mia madre Farida e con mia moglie Sanaa, che ha legato il proprio destino al mio. Questi sentimenti e il grande amore di Sanaa non solo hanno rafforzato la mia capacità di resistenza ma mi hanno anche dato la capacità di trarre forza attraverso la scrittura, la creatività e attraverso il contatto continuo con la gente in Palestina e nel mondo arabo. Sanaa, infatti, mi ha fornito una quantità enorme di libri, periodici e studi. La parte peggiore del tempo in prigione è il suo ciclo ripetitivo e noioso fino alla viscosità, così come trovo il cortile nel quale giriamo intorno al nulla durante l’ora d’aria. Sanaa ha reso il mio tempo in carcere una linea retta tendente in avanti, verso il futuro. Con lei puntiamo al futuro, malgrado l’oceano di violenza e odio, e raggiungeremo la spiaggia del futuro, per una nuova rinascita, a bordo della nostra piccola imbarcazione fatta da noi con menta e basilico (“israele” nega alla coppia Walid e Sanaa un incontro in privato per poter realizzare il loro sogno di avere un figlio nonostante abbiano presentato decine di richieste e ricorsi giudiziari).

 

Cosa desideri e cosa maggiormente ti manca?

Credo che desiderio e nostalgia siano il denominatore comune capace di riunire tutti i palestinesi, e che il desiderio per i luoghi sia diventato una componente dell’identità palestinese. Il rifugiato desidera ardentemente il suo paese e vuole ritornarvi, e anche il prigioniero desidera la propria casa, la propria famiglia e la propria libertà. In realtà desideriamo la memoria che questi luoghi rappresentano e il nostro ritorno ad essi è un ritorno ai nostri ricordi. Mi rendo però conto che dopo tantissimi anni questi luoghi sono cambiati e non saranno più in grado di portare agli stessi ricordi. Mi rendo anche conto che la modernità e la globalizzazione tecnologica ed economica hanno mercificato tutto e che ritornare ai nostri ricordi come li immaginiamo è qualcosa d’impossibile. Ciò non significa che io abbia rinunciato al ritorno e alla liberazione, ma che non voglio ritornare alla Palestina del passato, alla Palestina dei tempi del mandato britannico con i fichi d’india, i melograni e i mulini ad acqua. Semplicemente perché quella Palestina non esiste più e vive solo nei nostri ricordi. Quando la Palestina diventa qualcosa di romantico anche il diritto a ritornarvi diventa un’utopia. Questo romanticismo sul ritorno ci allontana dal ritorno stesso. Voglio ritornare alla Palestina del futuro, dove l’identità nazionale collettiva è in armonia con la geografia della patria intera.

Con gli accordi di Oslo si è rinunciato ad una parte della patria in cambio di uno Stato e si è sostituito il ritorno dei legittimi proprietari con le favole sul ritorno. Il ritorno in questo senso è folcloristico, io apprezzo e rispetto il folclore come componente della nostra identità, ma è stato così gonfiato a tal punto che il ballo della Dabkeh popolare ha sostituito il programma politico del Diritto al Ritorno. Ci siamo trasformati da movimento di liberazione in una specie di autorità senza sovranità, in un’autorità senza potere. Questo eccesso di romanticismo ha compensato la mancanza di una pratica di liberazione ed ha allontanato la Palestina piuttosto che avvicinarla. La lingua non può sostituire la patria reale, vedi, ad esempio, con quali nomi chiamano i prigionieri: “il decano dei prigionieri” o “i generali della fermezza e della resistenza”. Questa esasperazione linguistica riflette l’incapacità nel liberare i prigionieri. Pertanto il mio desiderio è per la patria del futuro che faremo e per i ricordi che costruiremo. Desidero ardentemente il futuro e la casa che costruirò lontano dal rumore della città, come racconto ai miei compagni prigionieri, e nella quale vivrò. Lì sistemerò i ricordi nel posto che definirò, in questa casa preparerò il caffè mentre mi razzoleranno attorno quattro galline nostrane, due capre siriane ed un cane muto in modo che non possa disturbare la quiete.

 

Quando sarai libero quale sarà la prima cosa che farai?

Il prigioniero è privato di molte cose materiali, ma anche immateriali, che sono più importanti, come la privacy. Non disponi di un solo istante in solitudine con te stesso. Sono trentaquattro anni che vivo per 24 ore al giorno con i miei compagni in una cella stretta dove mangiamo, beviamo, dormiamo e ci laviamo. Ciò è soffocante fino alla follia. Anche il cortile dell’ora d’aria è controllato da telecamere. Siamo costretti a vivere la nostra vita come se fossimo nella diretta del “Grande Fratello” (programma televisivo in onda in “israele”).

La prima cosa che farei da libero è andare al mare. Mi manca il mare, vorrei sedermi davanti al mare, da solo, in una spiaggia lontana dalla gente. E confesserò tutto al mare, mi toglierò da dosso tutti i lucchetti e tutte le catene, gli dirò cosa mi è successo in questi lunghi decenni, urlerò e piangerò e giocherò con la sabbia come un bambino: il mare è l’unico di fronte al quale io posso mostrare le mie debolezze e denudarmi senza vergogna. Davanti al mare mi toglierò il dolore degli anni affinché io possa provare a riappropriarmi del mio equilibrio.

 

Avrai la tua libertà un giorno ma tu sei consapevole che molte cose saranno cambiate e trasformate nella realtà quotidiana delle persone. Come ti stai preparando?

Durante questi tre decenni si è verificato un enorme sviluppo e in tal senso mi sento come l’uomo delle caverne. Appartengo a un’era che è finita, ed è difficile comprendere la nuova ed i suoi sviluppi tecnologici. In particolare è difficile comprendere la realtà virtuale parallela a quella reale. La cosa più importante e più difficile è riuscire a comprendere i cambiamenti sociali e valoriali prodotti da questi sviluppi.

La tecnologia non ha solo cambiato la vita delle persone, ma ha anche cambiato la percezione che la persona ha di se stesso e degli altri. Ed ha cambiato inoltre la percezione del tempo e dello spazio. Dalla mia posizione di uomo delle caverne, osservando da fuori e senza essere coinvolto nei dettagli dell’attuale giungla  della vita, sono in grado di vedere queste trasformazioni morali e valoriali malgrado io sia rimasto tecnologicamente indietro. Capisco, ad esempio, che ci stiamo spostando da un luogo all’altro alla velocità della luce attraverso la rete, e che siamo qui e là nello stesso tempo. Lo spazio non ha alcun valore, mentre il tempo invece ha un valore enorme e non è un valore morale, ma un valore materiale puro. Si sono sgretolati i dettagli più piccoli della nostra vita sociale e umana. Una persona non ha più tempo per contemplare il volto del proprio bambino o osservare crescere i suoi dentini. Le persone hanno perso la capacità di godersi la vita, essendo ormai una vita ricca materialmente ma spiritualmente ed eticamente povera.

Il guaio è che le persone, non avendo tempo di meditare su loro stesse, non sanno cosa stanno perdendo. Non importa loro di ciò che è successo ieri in quanto è passato ormai, storia vecchia. Quando si perde il valore dello spazio e del luogo si perde il valore di una moltitudine di cose ad essi legate come il senso della comunità, il patriottismo, la questione morale e l’educazione. Questioni che rappresentano la fermezza, la resistenza e il legame con le proprie origini. La cultura del testo scritto è stata sostituita dalla cultura dell’immagine e delle notizie flash.

I valori generati dal tempo alla velocità della luce scompaiono anche alla velocità della luce: le amicizie virtuali, l’amore fugace e le conoscenze di un momento nel traffico della rete informatica. Pertanto è difficile per me a quest’età abituarmi a questa realtà e non vorrei adeguarmi al suo sistema di valori, ma sicuramente cercherò di comprendere questa nuova realtà dall’esterno senza esserne coinvolto. Cercherò di capire come si evolverà questo fenomeno che non ha ancora raggiunto la sua conclusione. Leggerò i libri che trattano il tema, nonostante la mia convinzione che rimarrò estraneo a quest’era. In ogni caso, a livello personale e familiare, dove cioè ci sono le questioni e le componenti principali della mia vita, rimarrò a contatto con i giovani e giovanissimi nipoti e cercherò di godere con loro di ogni momento di corrispondenza. Questo spirito mi ha spinto a scrivere per i giovani il racconto “Il segreto dell’Olio”.

Non sei solo un prigioniero politico, ma anche un narratore e un pittore. Puoi spiegarci questo aspetto della tua personalità?

Scrivo solo per poter resistere alla prigionia. Non ho scritto per creatività; la maggior parte di ciò che ho scritto, infatti, sono lettere a mia moglie, ai miei fratelli ed ai miei amici. Alcuni vi hanno trovato un valore letterario. Quando un corpo è sepolto da tonnellate di ferro, cemento e filo spinato, la razionalità ti porta ad impazzire, mentre la follia in un contesto altrettanto folle diventa l’apice della ragione. E così scrivendo la mia immaginazione crea un’altra realtà che supera le mura della prigione, e la scrittura è un’evasione dal carcere che cerco di praticare tutti i giorni. La scrittura è il mio tunnel che scavo sotto le mura della prigione per mantenere i legami con la vita e con le questioni della nostra gente, del popolo palestinese e della nazione araba. Questo non significa che scrivendo mi isolo dalla realtà all’interno della prigione anzi, la scrittura, oltre ad essere una creazione di una realtà nel testo, è uno strumento per comprendere la realtà della prigionia è decostruirla. In effetti la prigione è cambiata notevolmente da come era tre decenni fa. La tortura è diventato un composto moderno per lo più senza manganello ma fine, silenziosa e nascosta. Ho scritto anni fa un opuscolo dal titolo «La disgregazione della coscienza e la ridefinizione della tortura», nel quale ho cercato di spiegare le forme moderne della tortura nelle carceri israeliane. La più brutale delle torture è infatti la disgregazione della coscienza e la ricomposizione di queste masse umane attraverso le più moderne tecniche di repressione. La cosa più difficile di tutte è non sapere la causa del tuo tormento e del tuo dolore. La certezza anche sotto forma di manganello è meno pesante dell’incertezza. E quando ho ridefinito la tortura ho dovuto anche ridefinire il dolore. Il corpo del prigioniero non è più l’unico obbiettivo della tortura, ma piuttosto lo diventano la sua mente e la sua anima.

 

Il testo di “Il tempo parallelo – La lettera” che hai scritto è diventato opera teatrale andato in scena al Teatro Al-Maydan. Quali sono state le cose più note avvenute nel tuo tempo parallelo?

Gli eventi sono stati diversi e il tempo che ho passato in prigione è più lungo di quello trascorso fuori, mi è difficile indicarne uno più importante di altri. Però ci sono lezioni ed insegnamenti che ho imparato dalla realtà quotidiana in prigionia. In una delle prigioni dove ho vissuto c’era con me un prigioniero non vedente e un altro che ha perso la vista oltre alla gamba e alla mano, e ogni giorno dovevamo portarlo fuori per l’ora d’aria. Inizialmente gli altri prigionieri venivano in massa ad aiutare a far uscire i due prigionieri disabili ed erano solidali con loro e molto disponibili, però con il passare del tempo i prigionieri disponibili sono diventati sempre meno e ho sentito persone che si lamentavano e altre scappavano da questo compito che implicava quotidianamente una fatica fisica non trascurabile.

Ricordo il momento scioccante in cui ho incontrato i due prigionieri disabili per la prima volta, incatenati ai polsi e alle caviglie come tutti gli altri prigionieri nonostante fossero non vedenti. Nella letteratura del Movimento Nazionale dei Prigionieri c’è uno slogan che sintetizza la lotta nella prigionia: bisogna salvaguardare il valore patriottico e morale di ogni prigioniero affinché questi non vengano vinti dal carceriere. Quando ti capita uno scenario del genere, rifletti sullo slogan e ti chiedi: che vuol dire non fare vincere il carceriere? Mi sono detto: quando ti abitui a guardare il prigioniero non vedente e il prigioniero che ha perso i suoi arti senza provare le stesse emozioni e gli stessi sentimenti della prima volta significa che il carceriere ti ha vinto. Quando una persona accetta la repressione malgrado i lunghi anni della prigionia o  smette di provare piacere per la felicità delle persone e dispiacere per la loro tristezza significa che quella persona non solo ha perso le sue capacità solidali e comunicative, ma che ha perso la connessione con la realtà dopo aver perso i sentimenti umani e che quindi è stato efficacemente sottomesso.

“Israele” eccelle nella politica di dominio delle emozioni e dei sentimenti umani e la prigione è una miniatura del mondo esterno. E quando “Israele” ha sommerso il Paese di sangue e ha, durante la seconda Intifada, riempito le carceri di migliaia di prigionieri, grazie all’alto numero di numeri di martiri, feriti e prigionieri, è persino riuscita a normalizzare queste pratiche agli occhi del mondo e a reprimere qualsivoglia sentimento di condanna.

Tra le cose successe in questi tre decenni c’è il caso delle tre generazioni di prigionieri, nonno, figlio e nipote, in alcuni casi erano tutti e tre dentro contemporaneamente. E’ successo spesso e si è ripetuto più volte come se le prigioni fossero una stazione nella quale il palestinese è destinato a passare e sostare, come fosse un battesimo o una tappa naturale del ciclo scolastico come l’asilo, la scuola e l’università, come un’eredità che passa dai nonni ai nipoti.

Dobbiamo trattare la prigionia come un fallimento nel cammino della lotta di liberazione nazionale e non come un passaggio necessario. Nel racconto “Il segreto dell’olio” ho provato a trattare l’eredità della prigionia dove il protagonista sceglie un’alternativa alla prigione e inizia a ragionare in modo scientifico ed etico sulle possibilità della sua generazione lontana dalla prigione.

 

In pochi anni il parlamento israeliano ha varato decine di leggi riguardo ai prigionieri; ci potresti parlare delle loro conseguenze, in particolare quelle che mirano a neutralizzare le conquiste del Movimento dei Prigionieri?

Le leggi e le pratiche repressive israeliane contro i prigionieri palestinesi non sono una novità, la novità è la cornice ideologica integralista biblica che si è radicalizzata nelle posizioni dei funzionari israeliani. In prigione infatti stiamo affrontando il credo integralista religioso, tant’è vero che quello che indica il rabbino lo troviamo subito interpretato e messo in pratica nella nostra vita carceraria. Il ministro della sicurezza interna (Jelaad Ardan) ha istituito un sito social per comunicare con il suo pubblico di destra: questi gli avanzano proposte e dettagliate richieste molte restrittive e repressive nei confronti dei prigionieri e, siccome i politici hanno bisogno dei consensi per essere rieletti in posizioni superiori dei loro partiti, rispondono affermativamente alle richieste delle loro basi elettorali stringendo maggiormente il cappio al collo dei prigionieri. Il razzismo religioso e il nazionalismo etnico ci raggiungono così come da loro invocati. Se i testi religiosi sono assoluti, il loro tentano di applicarli in una realtà terrena, seppur parziale come quella delle carceri, porterà all’esplosione di queste ultime.

 

Come descrivi la realtà del Movimento dei prigionieri dentro le prigioni oggi?

Il Movimento dei Prigionieri è un’estensione del Movimento Nazionale di resistenza fuori dalle prigioni e la divisione dello scenario politico palestinese ha gettato pesanti ombre su questo Movimento. Questa divisione dura da lungo tempo e si è riflessa a livello economico e culturale; esiste  questa il timore che questa tendenza si trasformi in identità. In fin dei conti il Movimento dei prigionieri è diviso e si esprime attraverso scioperi e iniziative di lotta secondo l’appartenenza politica e con gli scioperi della fame individuali. Più delle leggi repressive israeliane mi preoccupa il vero pericolo che incombe sui prigionieri e sull’intero progetto di liberazione nazionale palestinese ed è proprio questa divisione. Nel corso della lotta unitaria si formano valori unificanti che rappresentano la le fondamenta dell’identità nazionale. Quando si hanno differenti progetti di liberazione nazionale e non un unico progetto comune non si producono valori comuni e unificanti ma si rafforzano i valori di questo, di quel partito o organizzazione e si smantella l’identità nazionale nonostante continuiamo tutti a mangiare la stessa maqlube e ballare la stessa dabka. Il Movimento dei Prigionieri era l’ultimo baluardo a difesa questi valori comuni ed unificanti per tutti i palestinesi, ma negli ultimi anni purtroppo non ha potuto lottare unitariamente e le sue componenti sono sotto minaccia. Chi non capisce questo e non si attiva a mettere fine a questa divisione, non capisce gli avvenimenti che si prendono forma nel mondo arabo: il risveglio di appartenenze e settarismi tribali e confessionali che portano al crollo di entrambi la società e lo Stato.

 

Siete soddisfatti dei movimenti popolari che vi difendono?

Il movimento popolare a sostegno dei prigionieri è debole proprio per le ragioni che ho menzionato prima, se ci sono iniziative collettive sono poche e si muovono sulla convinzione che la nostra forza risieda soltanto nella nostra unità.

 

Forse una delle più importanti e storiche tappe della questione palestinese è stata la firma degli accordi di Oslo. Come valuti questo accordo e perché i prigionieri dei territori occupati nel 48’ ne sono stati esclusi?

L’accordo di Oslo ha frammentato il popolo palestinese, era naturale che frammentasse anche i prigionieri; chi sta parlando di creare un stato in Cisgiordania e non una patria, rinuncia automaticamente, pur sostenendo il contrario, al fondamento storico dell’identità e del popolo palestinese, al valore della Nakba e della diaspora.

I prigionieri dei territori del ’48 erano parte dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e delle sue fazioni. L’organizzazione si proponeva come “unico rappresentante legittimo del popolo palestinese”, compresi i palestinesi dei territori occupati nel ’48; successivamente, quando ha cessato di rappresentarli, i prigionieri, parte integrante della causa palestinese, non sono stati più parte della soluzione. Questo è a dir poco spiacevole poiché i leader che sono ritornati in Palestina, senza eccezioni, non solo hanno firmato gli accordi, ma ci hanno relegato alla prigionia per decenni. Non voglio descrivere questo come immorale o utilizzare altre definizioni, lascerò che sia la nostra gente e la storia a giudicare questa dirigenza.

Coloro che hanno beneficiato degli accordi di scambio dei prigionieri e ci hanno esclusi, hanno strutturato la loro mentalità e la loro comprensione politica sulla base del clima prodotto dagli accordi di Oslo, pur affermando di avere un programma politico opposto, hanno partecipato essi stessi all’applicazione degli accordi, tra una candidatura, un’elezione e una competizione per accedere al potere.

 

I giovani e le giovani che svolgono azioni di resistenza oggi sono la generazione nata dopo “Oslo”. Come descrivi coloro che non hanno ancora mollato?

Non si può parlare di sconforto oppure di ottimismo, questo fenomeno merita un approfondimento e una lettura seria, lontani da emozioni e implicazioni faziose dovute alle divisioni tra le fazioni. Le operazioni di comando evidenziano come il nostro popolo sia vivo e rigetti l’umiliazione nonostante le forze politiche siano profondamente divise e nonostante questo popolo abbia il potenziale e la propensione al sacrificio. Dobbiamo essere consapevoli che un gran numero di questi giovani ha dichiarato il suo rifiuto ad essere associato a qualsiasi fazione. Loro hanno votato con i loro stessi corpi per contrastare la situazione politica palestinese tanto quanto respingono l’occupazione israeliana.

 

Nel 1984, anno in cui sei stato arrestato, l’esercito nemico occupava ancora il sud del Libano. Oggi, dopo il 2000 e il 2006, non solo il sud è stato liberato dalla sua gente e dalla sua resistenza, ma la spina dorsale di Israele ne è uscita piegata, il suo esercito demotivato e sfiduciato. Perché in 71 anni la resistenza palestinese, salvo il ritiro unilaterale da Gaza a seguito della «inutilità di rimanere nel territorio» visto il costo elevato delle spese militari israeliane nell’area, non ha potuto liberare un solo un metro della Palestina?

Dai tempi di Mohamed Ali Pasha in Egitto siamo impegnati a domandarci perché loro vincono e noi rimaniamo sconfitti. A volte penso che il segreto del potere occidentale siano state la riforma agraria, talvolta quella economica, o l’avere una flotta navale che permettesse di esser parte delle fila delle nazioni potenti. Infine, all’epoca, un gruppo di scienziati fu inviato in Francia per acquisire conoscenze che si ritenevano il segreto alla base della forza di questo Occidente, colonizzatore dei nostri paesi per lungo tempo. Oggi ci troviamo ancora alla ricerca della soluzione a cui non siamo arrivati durante il XX secolo, mentre il movimento sionista è stato in grado di rispondere, in modo sia teorico che pratico, mentre noi ancora ci troviamo a discutere… alcuni credono che l’Islam sia la soluzione, altri che lo sia il socialismo… l’unità ed il ritorno.

La dialettica, nonostante la sua fondamentale importanza, non può sostituirsi a ciò che è essenziale: il rafforzamento delle proprie capacità. Il movimento sionista costruì le sua capacità prima della Nakba: fondò l’Università Ebraica di Gerusalemme, il Technion di Haifa e la centrale elettrica di Alreding negli anni ’20 del secolo scorso, e possedeva la maggior parte degli impianti di fosfato nel Mar Morto. In altre parole, il sionismo mirava ad un’ascesa che fosse sia economia che politica, che militare.

Mentre noi, o meglio, i nostri intellettuali e le nostre élite politiche discutevano, chi di bisogni spirituali e chi di materiali, il sionismo, a livello filosofico, nonostante la sua dichiarata laicità, portava avanti un processo di riconciliazione tra “terreno e spirituale”, unendo il comunismo ed il nazionalismo, il laicismo e l’ortodossia religiosa, nel quadro di uno stato istituzionale. Ciò fu possibile perché il sionismo si rese conto presto che non era possibile arrivare al potere se le divergenze e lo spirito distruttivo non fossero ricondotte ad una visione costruttiva. Si rese altresì conto che poteva beneficiare di questa pluralità, ma nello stesso tempo, così facendo, piantò i semi della disgregazione e della devastazione quando cioè ha fondato questo potere su fondamenta di appartenenza etnica.

Ciò che ci interessa da questo confronto è il nostro futuro, gli arabi e il futuro della questione palestinese. Nella tua domanda hai usato la parola “ritiro”, è un termine militare, e quindi si sottointende che la resistenza sia solo militare, ma la verità è che noi abbiamo bisogno di una resistenza totale, perché non solo ci troviamo di fronte ad un’occupazione totale, nel vero significato del termine, ma arriva a influire su ogni piccolo dettaglio della nostra vita in Palestina.

Ciò che potrebbe sciogliere oppure trasformare le componenti della forza araba trasformandola in  una forza con capacità ad ogni livello è l’adozione del sistema politico; la democrazia interna a questo sistema politico è il miglior equilibrio strategico che gli arabi possano avere  per affrontare le loro questioni interne ed il sionismo.

La libertà, come valore e come pratica, è in grado di incanalare le energie e le competenze individuali e collettive per riaffermare la propria identità. L’identità non è una costante, deve essere continuamente alimentata e ridefinita in cittadinanza. Vedo una relazione diretta tra i salari degli insegnanti nei paesi arabi, la dimensione dei budget per la ricerca nelle università, il tenore di vita e la liberazione della Palestina. Qui le persone che non sono in grado di guadagnarsi da vivere non penseranno alla Palestina, e i sistemi politici che non portano il peso delle persone e delle loro preoccupazioni quotidiane non saranno in grado di reclutarli per condividere la preoccupazione nazionale. La dea del sole giapponese possedeva spada, gioiello e specchio, e mi chiedevo: cosa simboleggia lo specchio? Se la spada è il potere militare, il gioiello l’economia, il potere scientifico deve essere il libro. Questo paese, risollevandosi dalle macerie di Hiroshima e Nagasaki, è risorto come una nazione forte al fianco delle altre, perché si rese conto che la conoscenza della propria forza come della propria debolezza è l’elemento più importante per acquisire ulteriore conoscenza.

Nel nostro caso, si può conoscere a partire dai libri ma una nazione che non conosce se stessa rimarrà morta, non sarà in grado di produrre nuove conoscenze e rimarrà consumata. Non abbiamo bisogno della dea del sole giapponese per capire questa realtà, lo sforzo personale di ciascuno di noi è il più importante che possiamo condurre per diventare una nazione capace. Abbiamo bisogno di uno specchio onesto nei nostri media, nelle nostre università e nelle nostre scuole per dire a noi stessi la verità su noi stessi.

 

Articolo di al-Akhbar
Traduzione a cura dell’UDAP