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NON ACCETTARE MISTIFICAZIONI |
Di Mauro Casadio
Anticipiamo una parte del saggio di Mauro
Casadio
(…) Come gruppo di studio sui rapporti USA-Israele
del Forum Palestina, istituitosi
nell’assemblea nazionale di Firenze del 27
aprile, c’interessa mettere in evidenza
alcune questioni politiche che ci sembrano
fondamentali.
La prima, già segnalata in altra parte di
questo scritto, é quella della necessità di
andare oltre la cortina fumogena della
“ideologia” che ci viene propinata tutti i
giorni dai mezzi di comunicazione, dalla
maggior parte del mondo della cultura e da
quasi tutto il ceto politico.
Anche Rifondazione Comunista é stata
condizionata dalla campagna di pressione
messa in campo nei mesi passati, campagna
che ha visto manifestazioni – queste sì
violente -di organizzazioni ebraiche sotto
la sede nazionale del PRC, il quale ha poi
sentito la necessità di ribadire al recente
congresso la sua posizione contro
l’antisemitismo come se di questo ce ne
fosse bisogno e non parlassero da sole le
lotte contro il razzismo che i comunisti e
la sinistra hanno sempre fatto in modo netto
e deciso.
Il volersi giustificare su questo piano, ha
significato dimostrare di aver subito il
colpo, - introiettandolo - dell’infame
campagna mistificatoria fatta dai
mass-media.
Il materiale che mettiamo, e metteremo
ancora, a disposizione della campagna di
solidarietà con il popolo palestinese e
della campagna di boicottaggio dell’economia
di guerra israeliana, va nella direzione
della necessità dell’approfondimento e della
conoscenza delle cause REALI della
situazione attuale.
L’altro dato che va rilevato e sottolineato
é che l’offensiva avviata dagli USA, con
l’alleanza d’Israele, ha l’obiettivo
strategico di ripristinare il comando
statunitense per via militare ma con una
capacità di sviluppo apparentemente “utile a
tutta l’umanità”.
Questo tentativo, nella storia del
capitalismo, non è del tutto nuovo ed ha
sempre preluso a fasi storiche di forte
conflittualità militare fino a generare nel
‘900 ben due guerre mondiali.
Sappiamo bene che la storia non si ripete
uguale a se stessa e dunque pensare a
scenari come quelli passati potrebbe essere
sbagliato. Questo però non modifica la
situazione oggettiva che spinge verso
conflitti armati, per via diretta ed
indiretta, e che, magari in forme diverse da
quelle del ‘900, vorrebbero risolvere la
contraddizione di fondo che si stà
affermando del modello economico-sociale
dominante
Comunque vada sappiamo che si sta preparando
un periodo in cui l’umanità nel suo
complesso pagherà il prezzo dello sviluppo
capitalista sia esso liberista sia “keynesiano”.
Che il prezzo da pagare possa essere alto lo
sta dimostrando il rischio di guerra
nucleare tra India e Pakistan e l’enorme
produzione d’armi, delle quali il 40%
appartiene agli USA spinti oggi sulla strada
dell’aggressività militare.
Lo scenario di fondo si concretizza in
avventure belliche e sistematiche quali
l’aggressione all’Afghanistan, l’occupazione
dei territori palestinesi e, già da domani,
l’attacco all’Irak e all’Iran (…)
Israele: predominio militare e crisi
economica
Di Vladimiro Giacchè
Anticipiamo una sintesi del saggio di
Vladimiro Giacchè
(…) Le conseguenze dell'enorme spesa
israeliana per la "difesa" sono molteplici.
La prima conseguenza è rappresentata dallo
squilibrio militare rispetto ai Paesi arabi
circostanti. Questo squilibrio è aumentato
negli anni Novanta, che hanno visto scendere
le spese militari sostenute da questi Paesi,
e crescere le sole spese militari israeliane.
In effetti, lo Stato israeliano attualmente
spende annualmente in armamenti da due a tre
volte la cifra che viene complessivamente
spesa da tutti i Paesi arabi che in passato
sono stati in conflitto con esso. Inoltre, è
l'unica potenza nucleare dell'area. Le
uniche armi che in teoria potrebbero
rivaleggiare con quelle possedute da Israele
sono quelle detenute dalle monarchie
petrolifere del Golfo Persico, a cominciare
dall'Arabia Saudita. Peraltro, l'80% di
tutte le armi vendute ai Paesi arabi è
prodotto negli USA: se il rischio per
Israele provenisse da qui, la soluzione del
problema sarebbe semplice...
Ovviamente, gli Stati Uniti si guardano bene
dal condividere questa soluzione. Ed anzi,
quando nel 1991 venne proposta una moratoria
alla vendita d’armi nel Medio Oriente,
accettata anche da Israele, furono proprio
gli USA ad opporsi e a farla saltare. I
motivi del rifiuto americano del disarmo nel
Medio Oriente sono ovvi: l'industria
americana degli armamenti non può
permettersi di perdere il lucroso business
rappresentato dalle crisi regionali
ricorrenti in quell'area. In effetti, dalla
Guerra del Golfo ad oggi, i trasferimenti
d’armi da parte degli USA in Medio Oriente
hanno raggiunto il valore di 60 miliardi di
dollari. Si tratta di vendite che, oltre ai
profitti che procurano immediatamente
all'industria degli armamenti americana,
hanno l'importante effetto politico di "fidelizzare"
i Paesi compratori.
Ma torniamo ad Israele e alla sua spesa
militare. La seconda implicazione di queste
spese non è meno ovvia della prima: e
consiste nella situazione di cronico
indebitamento di quel Paese. Ad essa si
aggiunge ora, per l'effetto combinato dello
scoppio della bolla speculativa della new
economy, del rallentamento dell'economia
mondiale e del crollo del turismo, una
severa recessione: negli ultimi 3 mesi del
2001 il PIL israeliano è crollato del 7,2%
su base annuale. Nel 2001 gli investimenti
esteri nella borsa di Tel Aviv sono crollati
del 95% rispetto l’anno precedente. La
disoccupazione è salita al 10,3%, il livello
più alto dal 1993.
L'aspetto più grave è però rappresentato
dalla situazione debitoria d’Israele: il
deficit 2001 ha raggiunto il 4,6% del PIL,
il debito estero il 96%. Ormai il 12% del
bilancio annuale è destinato a ripagare gli
interessi sul debito (che attualmente sono
pari al 5,8% del PIL). Rispetto all'enorme
stock del debito, anche i 630 milioni di
dollari stanziati nei mesi scorsi per la
campagna scatenata sui Territori occupati
sono in fondo poca cosa. Un centro di
previsioni strategiche USA di recente ha
fatto notare come "molti paesi siano andati
in default con un debito pubblico di peso
molto inferiore. La vittima più recente,
l'Argentina, aveva un debito federale pari
solo al 50% del PIL, all'incirca metà di
quello israeliano". Comunque sia, la moneta
israeliana, dalla provocazione di Sharon
sulla Spianata delle Moschee ad oggi, ha
perduto il 17% del suo valore. E l'11 aprile
scorso anche l'agenzia di rating
internazionale Standard and Poor's ha
abbassato il giudizio sulle prospettive di
solvibilità di Israele da "stabili" a
"negative".
Conclusione: Israele è un paese in profonda
crisi, che vive al di sopra dei propri
mezzi. Per sua fortuna, si dirà, c'è la
soccorrevole mano degli USA, così prodighi
di aiuto. Certo, considerando crediti di
aiuto, erogazioni a fondo perduto ecc.,
Israele, con un millesimo della popolazione
mondiale, riceve il 40% degli aiuti USA.
Inoltre, gli aiuti diretti negli anni
recenti hanno superato i 3,5 miliardi di
dollari l’anno, ai quali va aggiunto un
altro miliardo attraverso altre voci di
bilancio.
Le cose, però, non stanno in maniera così
semplice. In realtà abbiamo a che fare con
una gigantesca partita di giro, per cui
praticamente tutti gli "aiuti" USA a Israele
tornano negli Stati Uniti, perché vengono
spesi per l'acquisto di armamenti o per
pagare interessi alle banche USA per
prestiti concessi in passato. E' evidente
che di questa partita di giro i contribuenti
americani non hanno particolare motivo di
rallegrarsi, dal momento che molto di questo
denaro proviene in definitiva dalle casse
statali USA (cioè dalle tasse pagate dai
lavoratori). Le industrie americane della
difesa e le grandi banche, invece, hanno
tutti i motivi per essere contente. Ed è
questo quello che conta.
Questo aiuta a spiegare l'ostinazione
dell'intero establishment politico americano
(non solo il Governo Bush, ma, ed anzi in
misura ancora più virulenta, il Congresso)
nell'appoggiare, praticamente senza riserve,
la politica criminale di Sharon (….)
Colonialismo, sionismo, imperialismo
di Joseph Halevi
Anticipiamo una parte dell’introduzione al
saggio di Joseph Halevi
In ampie fasce della sinistra adulta ed
anziana – ma non nella marea di giovani e
giovanissmi che ha manifestato per i
Palestinesi a Roma il 9 marzo di quest’anno
(2002) - la consapevolezza della violenza
cui quotidianamente viene sottoposta la
popolazione palestinese, la costante
minaccia di una nuova Nakbah (catastrofe
comportante l’espulsione) nonché la
predisposizione di piani concreti per la sua
attuazione, la difficoltà di accedere
all’acqua, alla terra ed alla propria casa,
mai al riparo da demolizioni e distruzioni,
è offuscata dall’involuzione che ha subito
il troncone principale del Pci tramutatosi
di volta in volta in Pds ed in Ds.
L’involuzione colpisce anche quella sinistra
che si vuole continuatrice di una posizione
internazionalista. Il fenomeno si manifesta
in un atteggiamento difensivo allorché
subisce le accuse di antisemitismo. Il
problema è soggettivo, non oggettivo, insito
nel non voler uscire con una chiara
posizione di classe dal mare di mucillagini
in cui si trasformò il vecchio Pci prima di
entrare nella sua agonia finale nei sei anni
che lo condussero allo spappolamento nel
Pds.
Eppure allo scoppio della Guerra dei Sei
Giorni nel giugno del 1967 – ormai accettata
come un attacco di sorpresa israeliano
all’Egitto ed alla Siria – il Pci ed il
Psiup assunsero delle posizioni molto
limpide senza per nulla indietreggiare,
cedere o scusarsi di fronte alle espressioni
di identificazione con il governo israeliano
da parte degli stessi ambienti di oggi. La
guerra, quando ancora Tel Aviv sosteneva che
l’attacco partì dai summenzionati paesi
arabi, fu considerata come risultante di una
pura strategia imperialista ed
espansionista. Nessun credito venne
giustamente dato alla dichiarazione di Moshe
Dayan, allora ministro della difesa, di non
voler conquistare un pollice di territorio
arabo. In meno di due anni si formò una rete
di solidarietà con l’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina in cui il Psiup
era particolarmente attivo. Pur mantenendo
una concordanza di vedute con il
filo-sovietico Pc d’Israele circa il ruolo
pro-imperialista di Tel Aviv il Pci ed il
Psiup riconobbero, grazie alle analisi
condotte da persone come Lelio Basso, Luca
Pavolini, Romano Ledda, nonché da
giornalisti come Giancarlo Lannutti e –
sebbene più tardi cambierà strada e datore
di lavoro – Alberto Jacoviello, la
centralità della lotta nazionale dei
Palestinesi (….)
In appendice inoltre troverete:
- Un articolo di Claudio Gatti apparso sul
Sole 24 Ore relativo all’influenza della
lobby sionista sul Congresso USA;
- Una scheda sulle relazioni economiche tra
Unione Europea ed Israele
E- Mail: Forumpalestina@libero.it; sito web:
www. Forumpalestina.org
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